“Lettera al mio giudice” – G.Simenon

Continua la mia esplorazione dell’universo Simenon. Ho acquistato recentemente tre libri di cui uno è “Lettera al mio giudice“, scritto in dieci giorni nel 1946 proprio dal papà del commissario Maigret. Si tratta di un romanzo breve che come al solito sfrutta di sponda le debolezze dell’essere umano per raccontarne le più intime tragedie. La narrazione è rappresentata da una lettera scritta dal protagonista all’uomo che ne ha giudicato le colpe, una missiva che non vuole in nessun modo scagionare chi la scrive dal delitto commesso ma che invece ha l’unico scopo di dimostrare la premeditatezza dell’omicidio che lo stesso ha compiuto ai danni della propria amante.
I temi dell’amore, della delusione e del possesso si intrecciano in un labirinto mentale che vuole dimostrare come il colpevole, un medico affermato che conduce un’esistenza ordinaria, in vita sua non abbia mai amato veramente se non nel momento in cui ha incontrato la propria vittima, portando il significato del termine “possesso” alle estreme conseguenze della violenza fisica e mentale. L’omicidio non può che essere la naturale degenerazione di una visione distorta del mondo e dell’altro, inteso come individuo esterno alle nostre predisposizioni.
Simenon è bravissimo a tratteggiare lentamente i caratteri di una personalità che regredisce con l’avanzare delle pagine. Il lettore è testimone della follia che si insinua nei gesti e nelle parole del protagonista, tanto da intuirne in anticipo gli impulsi.
Un tema, quello della violenza dentro l’amore, sempre attuale e disgraziatamente reale.
Lettura fortemente consigliata.

rosa

Il commissario Simenon

Luci nella notte, Il gatto, Betty, La camera azzurra, Le finestre di fronte, L’orologiaio di Everton.
Questa estate ho incontrato Georges Simenon, lo scrittore, e mi ha subito affascinato. Non il Simenon di Maigret, ma quello dei personaggi desolanti, depressi, sconfitti e tristi che si ritrovano a grappoli nei suoi romanzi. Ogni suo libro è un tuffo in uno stagno melmoso di umana decadenza, un calice colmo di umori e sensazioni che lascia l’amaro in bocca ma dal quale non si riesce a staccare la bocca. Si comincia col sorseggiarne gli aromi per finire immersi nelle vicende, umanamente semplici e terribilmente reali, dei protagonisti.
Non aspettatevi il lieto fine. Le storie sono crudeli e ciniche come solo la vita reale sa essere. Non ci sono eroi ma solo esseri umani, con i loro difetti e le loro debolezze, che lottano contro il destino. Una lotta che fin dall’inizio presuppone la sconfitta, a meno di non accettare a priori la propria miseria di fronte agli eventi della vita stessa.
La narrazione trae tutta la propia forza dal dialogo tra i personaggi e dalle loro reazioni, istintive e primordiali, che ne delineano il carattere fin dall’inizio. Nessuna speranza di redenzione, nessun pentimento.
Opere d’arte immense che rappresentano la piccolezza degli essere umani.