Quando é cominciato tutto

A volte mi chiedo quando è iniziata esattamente la mia passione per la lettura e la letteratura in genere. Andando indietro negli anni col pensiero riesco a identificare un momento preciso in cui tutto è avvenuto. Premetto che nella mia famiglia la cultura non è mai stata la priorità, e non lo dico negativamente; i miei genitori, emigrati al nord dal salento nei primissimi anni ’70 avevano ben altro cui pensare. Sono figlio di un operaio e di una sarta che hanno preso la licenza di terza media dopo i propri figli, ma che hanno sempre sottolineato l’importanza che l’istruzione ha come forma di riscatto. E penso che avere un figlio laureato sia per loro motivo di grande orgoglio sociale.
Ma torniamo a me: è successo tutto al terzo anno di scuola superiore.
Considerando le premesse è evidente che dopo la licenzia media non mi sarei mai sognato di andare al liceo. “Prima impari un mestiere e poi se hai ancora voglia di studiare vai all’università“. Queste le parole, alcune mai dette esplicitamente, dei miei genitori. e così ho fatto. Iscritto ad un ITIS, in quel di Torino, al terzo anno (ovvero al primo anno dell’ultimo triennio) di elettrotecnica sperimentale, mi ritrovo in classe un’insegnante di Italiano proveniente dal liceo classico, che aveva deciso di usare i suoi poveri alunni come cavie: proporre loro libri di testo e lezioni da liceo. Completamente fuori di testa, ma geniale.
Liliana Salvadori si chiamava, piemontese doc. Già allora (1988) non era giovanissima e penso che questa sua voglia di inculcare in teste dure come le nostre, orientate all’elettronica, la meccanica e la fisica, nozioni filosofiche e letterarie derivasse dalla voglia di sfidare se stessa. Ma in fin dei conti, qualunque sia stato il motivo che l’ha spinta a tanto, non ci sarà giorno della mia vita in cui non la ringrazierò per quello che ha fatto.
Accadde che durante una pausa scolastica significativamente lunga ci raccomandò di leggere molto, consigliandoci alcuni testi che io acquistai e lessi per intero. Si trattava di “Ragazzi di vita” di Pasolini, “Morte nel pomeriggio” di Hemingway, “La luna e i falò” di Pavese e “Le confessioni” di Jean Jacques Rousseau.
Ecco, è cominciato tutto da quei volumi, che mi hanno aperto la mente e mi hanno reso affamato di conoscenza.
Ancora grazie professoressa.

scuola

Una frenata improvvisa

Giocare con le parole.

L’ibrido libro del birillo libero,
strano s’apre a capre nostrane
e nel bel ciel che splende e geme
s’alza d’un balzo nel mese di marzo.

Brevi rilievi dai veri lavori
coprono crepe di creta torchiata,
e i vini vicini in lidi piccini
strambano lembi di un rombo lontano.

Tuooono di luuuuuce, suoooono remooooto
di leeeenti cocchieeeeeri, di oooggi e di ieeeeri.

asfalto

“Lettera al mio giudice” – G.Simenon

Continua la mia esplorazione dell’universo Simenon. Ho acquistato recentemente tre libri di cui uno è “Lettera al mio giudice“, scritto in dieci giorni nel 1946 proprio dal papà del commissario Maigret. Si tratta di un romanzo breve che come al solito sfrutta di sponda le debolezze dell’essere umano per raccontarne le più intime tragedie. La narrazione è rappresentata da una lettera scritta dal protagonista all’uomo che ne ha giudicato le colpe, una missiva che non vuole in nessun modo scagionare chi la scrive dal delitto commesso ma che invece ha l’unico scopo di dimostrare la premeditatezza dell’omicidio che lo stesso ha compiuto ai danni della propria amante.
I temi dell’amore, della delusione e del possesso si intrecciano in un labirinto mentale che vuole dimostrare come il colpevole, un medico affermato che conduce un’esistenza ordinaria, in vita sua non abbia mai amato veramente se non nel momento in cui ha incontrato la propria vittima, portando il significato del termine “possesso” alle estreme conseguenze della violenza fisica e mentale. L’omicidio non può che essere la naturale degenerazione di una visione distorta del mondo e dell’altro, inteso come individuo esterno alle nostre predisposizioni.
Simenon è bravissimo a tratteggiare lentamente i caratteri di una personalità che regredisce con l’avanzare delle pagine. Il lettore è testimone della follia che si insinua nei gesti e nelle parole del protagonista, tanto da intuirne in anticipo gli impulsi.
Un tema, quello della violenza dentro l’amore, sempre attuale e disgraziatamente reale.
Lettura fortemente consigliata.

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Un paradosso scomposto

Negli ultimi tempi bazzico spesso il blog di Giulio Mozzi, dove trovo appunti interessanti e spunti stimolanti sia da un punto di vista letterario che umano. Oggi sono stato stuzzicato da un post che riportava un paradosso composto e non ho resistito a rispondere per le rime inserendo in un commento la seguente:

con la sua voce acuta
mi confessò timidamente
d’essere sorda e muta,
le dissi di tacere
e tacque

Stimolante, vero?

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Sua santità la neve

Oggi nevica. Ha nevicato così tanto durante la notte che ho deciso di restare a casa per evitare di trascorrere ore e ore nel traffico della provincia milanese a maledire il momento in cui avessi optato per recarmi in ufficio. La neve è ipnotica, trasmette tranquillità. Sarà quel bianco candore che sparge sui tetti delle case accompagnato dall’inevitabile silenzio che porta con sè, oppure il lento e spensierato volo dei fiocchi che, uno dietro l’altro, sembrano inseguirsi in un gioco eterno. Arrivano giù, a terra, si abbracciano e sorridono, aspetttando di essere raccolti dalle mani di un bambino che con loro vuole giocare e divertirsi.
Divertimento e anche un po’ tristezza. In piedi dietro al vetro della finestra, osservo questo spettacolo muto. E inevitabilmente penso al Papa. Già, proprio lui, sua Santità Benedetto XVI. L’uomo che nella giornata di ieri ha sconvolto un po’ tutto il mondo annunciando l’intenzione di ritirarsi e abbandonare il ruolo che, per chi intraprende la carriera ecclesiastica, penso sia il punto più alto cui aspirare. Me lo immagino seduto anche lui dietro la finestra della sua piccola stanza, in Vaticano, intento a osservare la neve che cade. Stanco e affaticato. Dietro la porta chiusa si sentiranno voci, passi veloci che corrono avanti e indietro, parole smorzate per non farsi udire e squilli di telefoni.
“Non ho più le forze”, questa la frase che ricorre più spesso sui giornali. L’uomo che più di tutti rappresenta Dio in terra non ha più le forze. Sarebbe bello potergli chiedere a quali forze si riferisce, ma forse è più giusto che il silenzio della neve lo circondi per un attimo lasciandolo solo con i propri pensieri. Il bianco del suo abito si confonde all’orizzonte e lentamente scompare alla vista. Un sogno desitnato a sciogliersi nei prossimi giorni.
Nonostante tutto, anche lui è un uomo.

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Nel sonno

Tremendi strepitii stridono tra i denti tante volte quante sono quelle volte che già li ho sentiti strepitare. Resto stremato dal suono sottostante che stenta a strappare dalla mia mente gli strali di giorni tristi e stralunati. Stropiccio gli occhi e tanto li strabuzzo nel sentire, stranamente, che il suono astrale proviene invece dal cencio che Cetto, cincischiando, ha lasciato sgocciolare sul lastrico ristretto dell’ingresso fitto di arance marce. C’è troppo di te in tutto questo e, costretto a masticare ceci salati, non posso che stornare il progetto di scriverti un sonetto. Ecco, Cetto, ricominci a cincischiare sul tetto, ti sento dal salotto e di ciò mi tormento. Tremendo che non sei altro, se non altro all’imbrunire ti rigetto in gabinetto. Straccio di sudore, mi appiccico sul letto ed ansimo nell’atto di raggiungere il cassetto. Stentoreo pigio il tappetto che strozzando il suo ritorno infonde di luce tutto il soggiorno. Son sveglio.

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Emozioni e immagini

Non c’è foto, seppur fatta bene e veritiera in ogni suo aspetto, che possa in minima parte restituire la bellezza di un momento vissuto in prima persona. Non si tratta solo di ricordi, ma di emozioni e sensazioni che inevitabilmente si perdono nel tempo e nella memoria. La macchina fotografica, fredda e tecnologica, rinchiude in una superficie delimitata e geometricamente regolare l’impressione di un momento, illudendo il fotografo che sta dietro l’obiettivo d’aver immortalato il tempo, d’averlo fermato in quell’attimo sfuggente e leggero.

Nonostante ciò, sono contento d’aver acquistato la mia nuova HS30EXR.

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Il mio primo romanzo ora su Smashwords

Da un po’ di tempo volevo pubblicare L’uomo d’istinto in formato digitale e permettere a chiunque di poterlo acquistare e leggere sul proprio dispositivo elettronico. Uno dei servizi migliori che ho trovato, e che tra l’altro è anche completamente gratuito, è Smashwords, un sito americano che permette di vendere online il proprio lavoro decidendone formati disponibili (tra i quali c’è anche quello per kindle e iPad), prezzo e percentuale di pagine da lasciare in libera visione agli interessati.

Per chi fosse interesato questo è il link.

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Il bambino di Noè

“Il bamino di Noè” è un romanzo abbastanza breve di Eric-Emmanuel Schmitt, un drammaturgo francese di fama internazionale, ambientato negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, che narra la guerra vista attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, ebreo, nel Belgio invaso dai nazisti. Il protagonista è costretto ad abbandonare i genitori, cambiare identità, e affidarsi alle cure di un sacerdote in un orfanotrofio cattolico.
Mi sono avvicinato a questo romanzo perchè le insegnanti dei miei figli, entrambi di nove anni, hanno comunicato a noi genitori che quest’anno affronteranno la giornata della memoria (27 gennaio di ogni anno) utilizzando questo breve racconto come base per spiegare cosa è successo in quegli anni bui della nostra storia. Gli argomenti trattati dall’autore sono tutt’altro che leggeri e l’inizio della narrazione, devo ammetterlo, è abbastanza toccante e forte. Ma le vicende che si susseguono, e che vengono raccontate con la semplicità con cui le racconterebbe un bambino, ci trascinano lungo le 130 pagine del libretto con la speranza nel cuore e con il desiderio che fatti del genere non possano più colpire altri bambini.
E’ curioso, atroce e toccante il modo in cui il piccolo Joseph scopre il proprio essere ebreo in un mondo che rifiuta tale condizione, un mondo che vuole eliminare “quelli come lui” senza nessuna pietà.

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