Sua santità la neve

Oggi nevica. Ha nevicato così tanto durante la notte che ho deciso di restare a casa per evitare di trascorrere ore e ore nel traffico della provincia milanese a maledire il momento in cui avessi optato per recarmi in ufficio. La neve è ipnotica, trasmette tranquillità. Sarà quel bianco candore che sparge sui tetti delle case accompagnato dall’inevitabile silenzio che porta con sè, oppure il lento e spensierato volo dei fiocchi che, uno dietro l’altro, sembrano inseguirsi in un gioco eterno. Arrivano giù, a terra, si abbracciano e sorridono, aspetttando di essere raccolti dalle mani di un bambino che con loro vuole giocare e divertirsi.
Divertimento e anche un po’ tristezza. In piedi dietro al vetro della finestra, osservo questo spettacolo muto. E inevitabilmente penso al Papa. Già, proprio lui, sua Santità Benedetto XVI. L’uomo che nella giornata di ieri ha sconvolto un po’ tutto il mondo annunciando l’intenzione di ritirarsi e abbandonare il ruolo che, per chi intraprende la carriera ecclesiastica, penso sia il punto più alto cui aspirare. Me lo immagino seduto anche lui dietro la finestra della sua piccola stanza, in Vaticano, intento a osservare la neve che cade. Stanco e affaticato. Dietro la porta chiusa si sentiranno voci, passi veloci che corrono avanti e indietro, parole smorzate per non farsi udire e squilli di telefoni.
“Non ho più le forze”, questa la frase che ricorre più spesso sui giornali. L’uomo che più di tutti rappresenta Dio in terra non ha più le forze. Sarebbe bello potergli chiedere a quali forze si riferisce, ma forse è più giusto che il silenzio della neve lo circondi per un attimo lasciandolo solo con i propri pensieri. Il bianco del suo abito si confonde all’orizzonte e lentamente scompare alla vista. Un sogno desitnato a sciogliersi nei prossimi giorni.
Nonostante tutto, anche lui è un uomo.

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Emozioni e immagini

Non c’è foto, seppur fatta bene e veritiera in ogni suo aspetto, che possa in minima parte restituire la bellezza di un momento vissuto in prima persona. Non si tratta solo di ricordi, ma di emozioni e sensazioni che inevitabilmente si perdono nel tempo e nella memoria. La macchina fotografica, fredda e tecnologica, rinchiude in una superficie delimitata e geometricamente regolare l’impressione di un momento, illudendo il fotografo che sta dietro l’obiettivo d’aver immortalato il tempo, d’averlo fermato in quell’attimo sfuggente e leggero.

Nonostante ciò, sono contento d’aver acquistato la mia nuova HS30EXR.

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Il mio primo romanzo ora su Smashwords

Da un po’ di tempo volevo pubblicare L’uomo d’istinto in formato digitale e permettere a chiunque di poterlo acquistare e leggere sul proprio dispositivo elettronico. Uno dei servizi migliori che ho trovato, e che tra l’altro è anche completamente gratuito, è Smashwords, un sito americano che permette di vendere online il proprio lavoro decidendone formati disponibili (tra i quali c’è anche quello per kindle e iPad), prezzo e percentuale di pagine da lasciare in libera visione agli interessati.

Per chi fosse interesato questo è il link.

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Scrivere storie

Sono passati oramai alcuni mesi da quando ho terminato la stesura del mio secondo romanzo. Pochi mesi trascorsi a rileggerlo, correggerlo, ripensarne alcuni aspetti e riscrivene intere parti. Mi sono accorto che ogni volta che lo leggo ci sono alcuni capitoli che vorrei modificare, non necessariamente raggiungendo un risultato migliore, ma solo per il gusto di dargli una rinfrescata. Mi sembra di essere giunto ad un punto morto. Sono convinto che ogni due o tre cicli di correzione inevitabilmente mi ritrovo a riscrivere i paragrafi nello stesso modo in cui erano stati scritti in origine. E’ un circolo vizioso, o forse è solo un mio limite.
Come al solito ho fatto leggere i miei deliri ad Antonella, mia moglie. Alcuni giorni dopo averle passato il manoscritto, al ritorno a casa, l’ho ritrovato poggiato sul mobile dell’ingresso. Ho capito subito che aveva finito di leggerlo perchè tra i fogli non vi era nessun segnalibro. L’ho preso in mano, facendo correre velocemente le pagine tra le mie dita fino a giungere all’ultima, proprio dove si trova la prola ‘FINE’. Chiudendolo mi sono accorto che nell’ultima di copertina, con segno deciso e profondo e utilizzando una penna rossa, la mia ancora unica lettrice aveva scritto un breve commento: bellissimo.

Adesso non importa se il mio libro verrà cestinato da tutte le case editrice a cui lo sto proponendo. Davvero non m’importa. Vorrei, per pochi istanti, che i miei figli fossero un po’ più grandi solo per il piacere di ricevere la loro opinione su quello che il loro vecchio papà scrive.
E’ vero, si tratta soilo di storie, ma dietro ogni storia c’è un messaggio, un significato. La voglia di trasmettere agli altri le proprie opinioni.

Scrivere: perché? non è questa la sola domanda che voglio pormi, ma anche “per chi?”.
Per me stesso prima di tutto.

La poesia non fa per me

Un autor che si cimenti
nello scrivere poesie
io lo stimo, non v’è dubbio,
ma non son parole mie.

Dell’intimo scrittore
coraggioso nell’esporsi
dovrei provar rispetto
ma non ne intendo i versi.

Leggo, rileggo, e provo a capire
quel sentimento tra rime e sospiri,
tra dolci fanciulle che braman l’amore
e autunni fuggenti che recan dolore.

Son reo confesso: non lo comprendo
cosa può essere che spinge l’autore
a rivelare del proprio intelletto
la gioia, gli umori, finanche l’odore.

Ma dunque poeti scrivetene ancora
di quelle poesie dai tratti tremendi,
che io per timor di sembrare ignorante
esalterò come alti, davvero stupendi.

Leggere per capire, capire leggendo

Finirò per montarmi la testa.

Dopo la prima recensione al mio romanzo d’esordio quest’oggi ho trovato nella mia casella di posta un messaggio che recava come oggetto “cosa ne pensi?“. Si tratta di una email di una persona molto importante per la mia famiglia che ha dedicato un po’ del suo tempo per leggere il mio libro. Quella che segue è la sua, preziosissima per me, opinione leggermente modificata in alcune parti dal sottoscritto affinchè tanto entusiasmo non svelasse troppo della trama dell’opera.
Il mittente del messaggio è Anna Rita, una persona che conosco da molti anni e della quale apprezzo la tenacia e la forza di volontà con cui affronta da sempre le sfide della vita. Madre di due figli, ha dedicato la sua vita all’istruzione e alla pedagogia alternando il suo prezioso lavoro di insegnante a quello di madre e moglie.
Quelle che seguono sono le sue parole, delle quali non posso che esserle immensamente grato.

Da qualche mese mi è stato regalato da una persona a me cara il romanzo “L’uomo d’istinto” di un giovane scrittore (non so se esserle riconoscente più per il termine “scrittore” o per l’attributo “giovane” – nda), Salvatore Scarciglia, esordiente nel firmamento della letteratura italiana e, dopo averlo letto con interesse, spero che un giorno possa diventare un astro sfavillante nel panorama letterario.

Credo che ogni libro abbia un carattere educativo e lasci in ciascuno di noi un arricchimento interiore, nutrendo la mente e acculturandoci. I libri sono, parafrasando lo scrittore, “delle scatole magiche in cui un folle alchimista riesce ad imprigionare il proprio caos sotto forma di note, melodie e musica”. Ogni lettore, aprendole, “ne ascolta il contenuto, si emoziona e poi le richiude” avendo però arricchito il proprio spirito e la propria anima.

Lo stile, a mio avviso, è pulito, sobrio, armonico; il linguaggio articolato, complesso ma anche scorrevole e le diverse similitudini e metafore ne alleggeriscono la lettura, differenziandolo dal classico testo “mattone” e rendendolo molto interessante, a volte divertente.
Il dramma e l’angoscia espressa dall’opera in questione è determinata dallo smarrimento dell’uomo di fronte ad un mondo in sfacelo, quello appunto del XX secolo.

“L’ Uomo d’istinto” è un testo originale e spassoso perché non stancherà il lettore anzi lo coinvolgerà, catturandone da subito l’attenzione. La frase d’esordio “Siamo al mondo per il mondo” non potrà che sorprenderlo, lo incuriosirà perché, già dalle prime note, egli potrà assaporare dei concetti filosofici, teologici e psicologici che non si limitano solo all’esordio ma sono ricorrenti nei diversi dialoghi che lo scrittore fa enunciare ai pochi e fortunati protagonisti, eccelsi uomini di cultura, letterati, critici d’arte, attori del campo dell’editoria, uomini di chiesa e di giustizia, tutti accorsi con fervore a degli incontri settimanali, in un clima estivo ed afoso, nel salotto di un noto letterato: Richard Gerstein.
E sì, tutta l’opera ruota attorno a questo enigmatico personaggio, Richard, che per un caso del destino incontra Paolo Moretti, voce narrante nonchè protagonista del romanzo.

Paolo è un semplice impiegato aziendale, è un collega attento, premuroso, è un diligente ascoltatore e consigliere, è razionale e, per una strana coincidenza apparentemente inspiegabile, si trova a frequentare quella serie ristretta di illustri personaggi citati in precedenza, senza però avere “la benché minima conoscenza” delle questioni discusse e scevro da ogni preconcetto. Egli è un uomo intelligente, rappresenta per Richard “una connessione con l’esterno… una persona estranea al contesto degli incontri che però non faccia perdere a questi l’obiettivo primario delle discussioni che vi si svolgono, principalmente sull’arte, indipendentemente dalla natura ed estrazione sociale di chi ascolta”.
Paolo è una persona “sincera e vera” che agisce istintivamente: sia quando delucida i suoi ospiti sulle conoscenze letterarie della famiglia Gerstein che quando chiede l’autografo a Richard che ricambia con un asettico scritto in “imbarazzante stampatello scolastico” per non rivelare niente della sua personalità ambigua ed enigmatica.
Sull’altra faccia della medaglia vi è Richard, un uomo molto intelligente ma anche molto frustrato perché, pur essendo nipote e figlio di menti illustri, ha capito di non riuscire a “stendere su carta neanche la lista della spesa”, e questo lo rende cinico e spietato. Si avvale, per i suoi scopi, di una affascinante collaboratrice che lo aiuterà a superare, in modo disumano, questo suo limite e a primeggiare nella società come tutti speravano, a partire dal suo editore.
“Con un po’ di buona volontà e la necessaria concentrazione ogni uomo è in grado di affrontare le proprie difficoltà e pianificare una serie di operazioni, più o meno strutturate che lo possano aiutare a superarle”. Non però a tutti i costi e a discapito di altri. Bisognerebbe avere la forza, la capacità e il coraggio di imporsi ai preconcetti diffusi e avere la razionalità e l’obiettività di poter cambiare, essere liberi di scegliere e “gridare la nostra gioia di esistere e di essere noi stessi”.
La conclusione “a sorpresa”, a mio parere, lascerà i prossimi lettori, spero tanti, sbigottiti, ve lo garantisco. Per questo suggerisco la lettura di questo romanzo, che, nonostante le piccole imperfezioni giustificate dal fatto che è un opera auto-pubblicata (quindi priva di un editing professionale – nda), lascerà l’impronta nella letteratura italiana di questo giovane esordiente nato il giorno del pi-greco.

Appuntamento in spiaggia

Era il 2003.
Quell’anno l’estate esplose all’improvviso, c’erano pezzi di turisti ovunque. Trascinavo con fatica le mie infradito lungo una piccola strada secondaria, lastricata di recente con ciottoli del quattrocento, che dalla piazza centrale del paese portava alla spiaggia, tutto rigorosamente in salita. Risiedevo nell’unica località balneare al di sotto del livello del mare. Arrancavo con passo incerto nel disperato tentativo di raggiungere la mia ombra, proiettata qualche metro più avanti da un sole impietoso. Alle undici del mattino, quando erano già passate ben due ore dalle nove dello stesso giorno, mi imbattei in un ambulante che vendeva orologi in ritardo. Dopo venti minuti di trattative, esausto, ne acquistai uno alla esorbitante cifra di otto euro. Ero spossato dalla trattativa continua avvenuta sotto un sole cocente e dalla calura estiva, ma mi rinfrancai quando, gettando un’occhiata furtiva al polso, mi accorsi che erano solo le dieci e trenta.
Ero in anticipo di ben quindici minuti sull’orario dell’appuntamento.

L’artificio del fuoco (2)

C’era il cielo e c’eran le stelle.
L’ascesa era stata faticosa e lunga, tanto che per gli ultimi cento metri dovetti trasportare il mio piccolo in spalla. Avevamo camminato per quasi due ore. Al momento di partire il sole stava già per tramontare ma il sentiero era ancora visibile. Giungemmo alla meta che il buio era totale. Solo la luna, una enorme luna piena, proiettava ombre sul prato immenso. Ci sedemmo l’uno accanto all’altro. Mio figlio cominciò subito a sbadigliare, era assonnato e poco avvezzo a stare sveglio fino a quell’ora. Cercai di intrattenerlo facendogli il solletico e parlandogli delle stelle. L’erba era fresca ed una lieve brezza inondava a tratti la collina di odori di brace provenienti dal paese.

Cominciò tutto all’improvviso.
Una luce immensa illuminò i campi addormentati e un enorme boato lo spaventò così tanto che si strinse forte al mio braccio. Gli carezzai dolcemente la testa dandogli un caldo bacio sui capelli folti. Poche parole di conforto precedettero lo spettacolo pirotecnico.
Stelle cadenti al contrario, dalla terra verso il cielo, splendevano di mille colori nel firmamento estivo. Vibravano d’azzurro, di verde e di giallo. Esplodevano in mille rivoli saettanti che tra gli astri si confondevano e poi lentamente scomparivano. Una, due, tre volte ripetute nel cielo folgoranti fulmini artificiali tratteggiavano figure che solo la fantasia più sfrenata, meno condizionata, poteva riconoscere.
Nel fragrore della festa sentii posarsi sul dorso della mia mano le soffici dita di mio figlio che senza chiedere permesso cercarono e trovarono l’indice della mia mano destra. Lo strinsero di un calore intenso e con esso si fusero per condividere insieme le emozioni di quella serata.
Mi voltai e vidi nel buio il profilo delicato e paffuto di un bambino che, a bocca aperta, ammirava quello spettacolo in religioso silenzio. Rimasi affascinato dal suo sguardo e dallo stupore per un evento mai visto, per qualcosa di sconosciuto che si stava manifestando per la prima volta dinnanzi ai suoi occhi ancora socchiusi alle bellezze della vita. Riconobbi un sorriso appena abbozzato, frutto dell’alchimia tra stupore e felicità, meraviglia e gioia.
Per me, ma forse anche per mio figlio, si trattò di un giorno indimenticabile.

Sono stato recensito

L’amico Fabio Renna (www.simand.it) ha letto e recensito la mia opera prima. Fabio è una persona che conosco da molto tempo e di cui ho grande stima. Può essere che la sua recensione sia stata in parte condizionata dall’amicizia che ci lega, ma sono convinto che la sua obiettività vada oltre il nostro rapporto di conoscenza e che se avesse reputato il mio libro mediocre o pessimo me l’avrebbe detto sicuramente (magari prima di recensirlo!).

Comunque sono abbastanza emozionato nel riportare qui di seguito alcune parti della recensione di Fabio che mi hanno colpito. Alla fine troverete anche il link diretto all’intero articolo.

Scrive Fabio:

L’interesse per la lettura di questo romanzo si rivela sin dal titolo, che gioca sul doppio possibile significato a seconda della presenza o meno dell’apostrofo, e viene rimarcato con i primi passi dell’opera “Siamo al mondo per il mondo”.

e poi ancora:

La trama di per sé è molto semplice, e ruota tutta intorno al protagonista, all’illustre letterato ed alla sua assitente, e a pochi altri personaggi e non costituisce quindi il vero filo conduttore della storia. L’atmosfera è quella estiva di una tipica città del nord Italia fatta di incontri fugaci e di rapporti piuttosto formali.

Sono invece i pensieri e le parole del protagonista che colpiscono più di ogni altra cosa e ci spingono ad andare avanti nella lettura del romanzo, in un misto di ironia, sarcarsmo e perché no, anche un po’ di sano cinismo. La sensazione che abbiamo del protagonista è quella di una persona che parla poco, ma ha dentro di se tanto da dire: impossibile rimanere impassibili di fronte alla netta contraddizione esistente tra i modi ed i pensieri del protagonista: se da un lato i primi sembrano essere pacati e sereni, i secondi rappresentano una serie di crude quotidiane verità che la maggior parte di noi fa fatica ad ammettere.

per finire con:

…ma è forse questo il fine ultimo dell’uomo d’istinto, e cioè quello di “rivelarsi” a poco a poco e probabilmente non del tutto, attraverso la scrittura.

Che dire! Grazie Fabio.

Come promesso ecco il link: http://www.simand.it/pagine/view_post.aspx?post=266

L’artificio del fuoco

C’era il cielo e c’eran le stelle. L’ascesa era stata faticosa e lunga, tanto che gli ultimi cento metri di salita il bimbo li fece in spalle al suo papà. Avevano camminato per quasi due ore. Al momento di partire il sole stava già per tramontare ma il sentiero era ancora visibile. Giunti alla meta il buio era totale. Solo la luna, una enorme luna piena, proiettava ombre sul prato immenso. Si sedettero l’uno accanto all’altro. Il bimbo cominciò a sbadigliare evidentemente assonnato e poco avvezzo a stare sveglio fino a quell’ora. Il suo papà lo intrattenne un po’ facendogli il solletico e parlandogli delle stelle. L’erba era fresca ed una lieve brezza inondava sporadicamente la collina di odori di brace provenienti dal paese.

Cominciò tutto all’improvviso.
Una luce immensa illuminò i campi addormentati e un enorme boato spaventò il bambino che si strinse al braccio del padre. Questi gli carezzò dolcemente la testa e gli diede un caldo bacio sui capelli folti stringendolo a sé. Poche parole di conforto precedettero lo spettacolo imminente.
Stelle cadenti al contrario, dalla terra verso il cielo, splendevano di mille colori nel firmamento estivo. Vibravano d’azzurro, di verde e di giallo. Esplodevano in mille rivoli saettanti che tra le stelle si confondevano e poi lentamente scomparivano. Una, due, tre volte ripetute nel cielo folgoranti fulmini artificiali tratteggiavano figure che solo la fantasia più sfrenata, meno condizionata, poteva riconoscere.
Nel fragrore della festa il padre sentì posarsi sul dorso della mano le soffici dita del figlio che senza chiedere permesso cercarono e trovarono l’indice della mano destra. Lo strinsero di un calore intenso e con esso si fusero per condividere unilateralmente le emozioni di quella serata.
L’uomo si voltò e vide il profilo delicato e paffuto di un bambino che, a bocca aperta, ammirava quello spettacolo in religioso silenzio. Vide nel suo sguardo lontano lo stupore di un evento mai visto, qualcosa di sconosciuto che si stava manifestando per la prima volta dinnanzi ai suoi occhi ancora semichiusi alle bellezze della vita. Riconobbe un sorriso appena abbozzato, frutto dell’alchimia tra stupore e felicità, meraviglia e gioia.
Nessuno dei due avrebbe mai più dimenticato quella serata.