Favole del morire – Giulio Mozzi

favole_del_morireFavola del morire” è uno dei sette pezzi (li chiamo così perché non saprei in quale altro modo identificarli, non sono infatti solo racconti, non sono solo canti, non sono solo poesie, non sono solo fiabe grottesche né tantomeno sono solo trasposizioni teatrali, sono ognuno di questi generi e nell’esserlo non sono niente di tutto ciò) che compongono questo piccolo libretto pubblicato da Giulio Mozzi per Laurana Editore. Sette momenti che sono stati scritti e descritti in tempi diversi nell’arco di una decina d’anni e che vengono raccolti con il titolo di “Favole del morire”.

Ma di cosa si tratta esattamente? Sulla morte e in particolare sul morire si possono fare due cose: filosofeggiare o ricordare malinconicamente. Nelle 150 pagine che compongono l’opera si fa questo e altro, ma soprattutto si obbliga il lettore ad una attività fondamentale: il pensiero. Ogni storia, ogni paragrafo, ogni capoverso se non ogni frase necessitano di un approfondimento intellettuale non indifferente. Si è portati ad un confronto con se stessi e i propri convincimenti, sospinti a volte dall’ironia, altre dal fiabesco, altre ancora dalla cruda realtà della morte. A volte si trasformano in canti alla morte. Ovazioni musicali che speculano sulle paure che ognuno di noi ha nei confronti di quell’evento a cui tutti tendiamo fin dal primo istante della nostra vita. C’è rancore e rassegnazione, a volte rabbia perché la morte porta via ciò che amiamo ma anche ciò che odiamo, e se nel primo caso ci si rassegna a compiangere la perdita, nel secondo si è portati a maledire l’occasione mancata di poter continuare a odiare. Così assistiamo alle surreali elucubrazioni dell’uomo che credeva di essere morto (che sia morto davvero poi non lo sa neanche lui), che trova nella istintiva comunione umana un perché: perché ciascuno di noi, di voi, non è capace di esser vivo nella solitudine. C’è il sentimento (un albero) e la ragione (una casa), di cui siamo custodi e che ci custodiscono nel nostro lento peregrinare su questo mondo. Si arriva agli estremi soffocanti della violenza verso il prossimo, colui che viene dopo di noi, che è stato prima di noi, e che è in noi, in un’iterazione infinita di vita e morte oltre la quale ci siamo noi stessi, per cui la violenza verso il prossimo è la violenza su se stessi, in un vortice surreale che conduce al suicidio fisico (ritorneremo alla terra) e mentale (ritorneremo a Dio).

Ma il suicidio è la soluzione? Emilio Salgari, protagonista della novella di mezzo (un caso?), sorprende in un ironico e sarcastico dialogo con la sua voce interiore. Un’intervista di ritorno che sottolinea l’egoismo di un gesto tanto forte come il darsi la morte. Siamo o no autori del nostro destino? Questo libro non lo dice, e non pretende di farlo, ma come scritto in precedenza obbliga almeno a una seria riflessione sull’argomento. E prepara il lettore al punto più alto e difficile dell’intero libro, che è proprio nel brano che gli dà il titolo: Favola del morire, un pezzo che spiazza sin dalle prime parole: Del morire non sappiamo niente. E proseguendo su un percorso tanto impervio quanto estenuante lascia interdetti nell’affermare che se penso al mio vivere come a una cosa ferma, sono morto.

Cosa ci compete quindi? La vita o la morte? Probabilmente pensando a quest’ultima non come a un evento a sé stante ma coma alla mancanza di vita, alla sua cessazione, potremmo non tanto capire il senso del vivere quanto almeno cercarne le risposte con minore ansia.

Da leggere e rileggere e riflettere.

***

Questa recensione sul sito di Favole del morire e su quello della casa editrice Laurana.

 

Mortdecai – Kyril Bonfiglioli

mortdecaiDevo ammettere che non conoscevo Kyril Bonfiglioli prima di aver visto il trailer del film Mortdecai tratto da un suo romanzo, o meglio tratto dalla trilogia dei libri che hanno come protagonista Charlie Mortdecai, critico d’arte un po’ Arsenio Lupin e un po’ Indiana Jones che scorrazza per il mondo con il solo scopo di arricchirsi.
Il libro (il primo della suddetta trilogia) scorre piacevole e senza grossi intoppi, il ritmo è incalzante, divertente, ironico e spesso esilarante. Per certi aspetti ricorda molto il Christopher Moore de “Il vangelo secondo Biff” (o forse dovrebbe essere il contrario visto che il primo è precedente a quest’ultimo), romanzo altrettanto divertente che come Mortdecai comincia scoppiettando e termina con riflessioni filosofiche sulla vita e i suoi aspetti più intimi.
Dopo aver letto l’intero romanzo, tra l’altro in pochi giorni, non posso che confermare la scelta di quella faccia da schiaffi di Johnny Depp per interpretarne la versione cinematografica, un protagonista edonistico, piacione e furbetto che si sposa bene con il personaggio che l’attore sa meglio interpretare: se stesso.

Numero zero – Umberto Eco

N0Un libro di Umberto Eco è di solito una complessa e formidabile unione di ricerca approfondita, sarcasmo, ironia pungente, pensieri profondi e articolati, il tutto tenuto insieme da una imperturbabile intelligenza di fondo. In “Numero Zero” c’è tutto tranne quest’ultimo elemento, che ne declassa la struttura a semplice romanzo storico, godibile sì ma nulla di più.
Tralasciando i saggi del Professore (che leggo e rileggo con passione), quest’ultima opera appare lontana anni luce anche solo dal precedente “Il cimitero di Praga”, per non parlare di capolavori come “Il pendolo di Foucault” e “Baudolino”. Peccato.

Pasto Nudo – William S. Burroughs

pastonudoFin dalle prime pagine del “Pasto nudo” di Burroughs ci si rende conto che la lettura di questo breve romanzo ci lascerà sporchi e lerci per un bel po’ di tempo.

La tossicodipendenza spiegata a forza di schiaffi e pugni nello stomaco, una lettura fastidiosa e assillante che trascina in vortici apparentemente irrazionali ma che rappresentano un viaggio allucinato nel sottosuolo della dipendenza da droga. Se ne percepiscono continuamente gli odori nauseanti e l’assurdo lacerante bisogno di autodistruzione disinteressata. Un volume che lascia inevitabilmente spiazzati e disturbati ma che fa riflettere sulle visioni che accompagnano la “malattia” fino alle estreme conseguenze dell’annullamento personale.

Mefitico e doloroso, lento e angosciante al punto da odiarne la sfacciata magnificenza.

L’incanto del lotto 49 – Thomas Pynchon

pynchon Leggere Thomas Pynchon è un’esperienza che, nel bene o nel male, lascia un segno indelebile in ogni lettore che si approssimi a questo particolare autore con almeno un pizzico di curiosità e la voglia di comprenderne i meccanismi descrittivi tutt’altro che semplici e scontati (viene definito all’unanimità il padre della letteratura postmoderna, qualunque cosa questo significhi).
Semplice e scontata appare la trama che però nasconde ad ogni capoverso un’intuizione, una battuta, un riferimento alla storia stessa e alle mille altre che qui non vengono descritte ma sono intuite dai dialoghi, dagli avvenimenti e dalle allucinazioni della protagonista, una casalinga laureata che viene nominata esecutore testamentario dell’eredità di un ricco uomo d’affari che con lei ha avuto, nel passato, una relazione.
C’è odore di massoneria e complottismo se non fosse che gli eventi implodono su se stessi lasciandoci soli come un bambino alla fermata dell’autobus in cerca della propria mamma. Pynchon contorce la trama in spirali autoreferenziali che generano una forza centrifuga tendente a sbarazzarsi di chi legge, allontanando il lettore forse proprio allo scopo di confonderlo, di instillare in esso dubbi primordiali e sensazioni di fastidioso malessere.
L’incanto del lotto 49 sembra un film muto in cui i protagonisti vorrebbero urlare per la disperazione ma restano impacciati a bocca aperta mentre noi li guardiamo senza porci alcuna domanda. E’ un libro che dice molto e niente allo stesso tempo. Proprio come questa mia recensione.

Uno stupido angelo – Christopher Moore

angeloChristopher Moore è stata una piacevole scoperta. Ironico, intelligente, sarcastico, spesso grottesco e a volte esilarante. “Uno stupido angelo” è un romanzo che scorre via veloce e leggero, nonostante la trama sia molto articolata e i tanti personaggi e le loro storie risultino interconnesse a formare un intreccio surreale che spazia dalla tristezza dei rapporti umani alla crudeltà dei sentimenti che li governano.
La storia degli abitanti di una piccola cittadina che si ritrovano a combattere contro dei morti viventi rimessi in vita per l’appunto da un angelo tutt’altro che brillante, coppie e famiglie improvvisate che sfuggono alla fame di estemporanei zombie il cui progetto principale è, dopo aver mangiato i cervelli degli abitanti, andare tutti all’IKEA.
Divertente.

Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace

tennisIl tennis come esperienza religiosa rappresenta un saggio sotto forma di reportage giornalistico o, se lo preferite, un pezzo da rivista tecnica sotto forma di saggio che DFW ha dedicato allo sport che più di tutti lo ha intrigato in gioventù, e grazie al quale ha sempre potuto giustificare la grande bandana che portava sulla testa. In realtà si tratta di due saggi, il primo dei quali mette in evidenza il business che ruota attorno ai grandi eventi tennistici del Grande Slam ed in particolare quelli americani (Flushing Meadows), mentre il secondo prende Roger Federer e ne innalza le lodi fino all’olimpo degli sportivi di tutti i tempi.
Per chi ama il tennis si tratta di un piccolo volume interessante e ben strutturato, per gli amanti di Wallace un’altra occasione a dimostrare la capacità di questo grande autore nel saper scrivere praticamente di qualsiasi cosa con una pienezza e una consapevolezza che è difficile riscontrare così allargata in altri autori contemporanei. Per chi ama sia il tennis che DFW un libro imprescindibile.

La dodicesima carta – Jeffrey Deaver

jdNew York. Harlem. Una sedicenne di colore si trova, alle 8 del mattino, in biblioteca alla ricerca di informazioni su un suo antenato quando si accorge che un uomo le si sta avvicinando con fare sospetto. Lei ne intuisce le cattive intenzioni e con la scusa di andare a prendere un bicchiere d’acqua sistema sulla sedia un manichino cui ha fatto indossare il suo maglioncino ed il cappello (un manichino in biblioteca?), mentre il probabile stupratore si avvicina al manichino la ragazza riesce a fuggire.
Un uomo, un ex poliziotto, paralizzato dalla testa ai piedi vive nella sua casa in città con la sua compagna, un tenente della polizia che prima di entrare in polizia faceva la modella (la modella?), da dove si occupa dei casi più difficili da risolvere e che la polizia non riesce a portare a termine (ho un deja-vu cinematografico, ma magari mi sbaglio).
Quando l’infallibile coppia viene a sapere del tentativo di stupro ai danni della sedicenne (avvenuto in un quartiere difficile dove i ragazzi vanno a scuola armati, almeno così ci informa l’autore) abbandonano tutto quello che li teneva occupati e al grido di “Là fuori c’è uno stupratore!” fanno proprio il caso.
Dialogo tra la tenente ex modella e la solita recluta imbranata sulla scena del crimine mentre si avvicinano ad un individuo con pistola:
“E se lui tira fuori la pistola?” – chiede la recluta
“Allora tu tiri fuori la tua”
“E se comincia a sparare?”
“Non lo farà”
“Ma se lo fa?”
“Allora spari anche tu”
Può bastare? Per me sì considerando che siamo solo a pagina 40 delle quasi cinquecento che compongono questo romanzo. Sicuramente più in là la storia si farà avvolgente e intrigante, ma in tutta sincerità non ho nè il tempo nè la voglia di scommettere su questa evenienza rischiando di imbattermi in altre banalità e situazioni scontate.
La mia lista nera degli autori da evitare si arricchisce di un nuovo nome.

PS:”Ho iniziato a leggere questo romanzo perché mi è stato regalato (insieme ad altri volumi) da una persona che non lo avrebbe letto per mancanza di tempo. Per fortuna non ci ho speso un euro!

Passi – Jerzy Kosinsky

passiNon ero pronto per Jerzy Kosinski e forse questo è il motivo per cui non sono riuscito a staccare gli occhi da questo gioiello di narrativa prima di averne terminato l’intera lettura. Un libro fatto di tantissimi piccoli racconti che si susseguono apparentemente senza nessun legame tra loro se non il delirio che li contraddistingue.

Kosinski usa una prosa elegante, in prima persona, i suoi personaggi non hanno mai un nome proprio ma sono sempre il ragazzo, la ragazza, la donna, lo straniero, così da lasciare inalterato quel freddo legame che di solito ci lega agli sconosciuti. La prosa dicevo è lineare, morbida, avvolgente e mai scontata, accarezza il lettore con parole suadenti e descrizioni al limite dell’essenziale, lo culla con termini dolci, lo assorbe nella narrazione e lo accompagna verso l’ignoto, e quando è certo che il lettore abbia abbassato le difese lo colpisce improvviso con un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato, senza parole e stordito per la crudezza con cui il colpo è arrivato.

Un volume da leggere e rileggere, ma non illudetevi perchè l’inquietudine che ne ricaverete sarà sempre la stessa.

Devo ammettere che Hugh Kenner in quarta di copertina ha centrato il bersaglio quando ha detto che dietro questo capolavoro si celano Céline e Kafka. A mio avviso soprattuto il primo del quale ritrovo gli stessi passaggi assurdi e sconvolgenti del “Viaggio al termine della notte”, un altro capolavoro assoluto da cui non si può prescindere.

Sunset Limited – Cormac McCarthy

sunsetlimimtedScrivere di “Sunset Limited” non è facile. Se fosse uscito negli anni 70 adesso lo elogerei come il punto di riferimento per molti altri romanzi e/o sceneggiature scritte negli ultimi decenni, ma essendo un libro del 2006 sono rimasto abbastanza perplesso dopo aver concluso le 115 pagine che lo compongono.

Diciamo subito che si tratta di un dialogo tra due persone e si svolge completamente in un piccolo appartamento di un quartiere nero di New York. Da una parte c’è un uomo bianco, colto ed istruito, sicuramente un uomo di successo nella grande mela, che si è stancato della propria vita svuotata di valori e principi e che tenta il suicidio gettandosi sotto le ruote della metropolitana, il Sunset Limited del titolo per l’appunto. Dall’altra un uomo di colore che ha un passato da assassino e una dura pena scontata nelle prigioni federali e che ha trovato in Dio e nella fede la via di svolta della propria vita. L’intero dialogo si svolge a casa di quest’ultimo dopo che lo stesso ha salvato la vita al primo trattenendolo dal gesto inconsulto che stava per compiere.

Così la trama prosegue tra la depressione cronica dell’uomo bianco e la volontà di redenzione dell’uomo nero che in ogni modo cerca di far rinsavire il suo ospite estemporaneo. Ci riuscirà? Lascio a voi la curiosità di leggere come va a finire la storia. Io personalmente l’ho trovata un po’ troppo stereotipata e scontata, pregna di un “già visto” che dà un po’ fastidio sin dall’inizio.