“Lettera al mio giudice” – G.Simenon

Continua la mia esplorazione dell’universo Simenon. Ho acquistato recentemente tre libri di cui uno è “Lettera al mio giudice“, scritto in dieci giorni nel 1946 proprio dal papà del commissario Maigret. Si tratta di un romanzo breve che come al solito sfrutta di sponda le debolezze dell’essere umano per raccontarne le più intime tragedie. La narrazione è rappresentata da una lettera scritta dal protagonista all’uomo che ne ha giudicato le colpe, una missiva che non vuole in nessun modo scagionare chi la scrive dal delitto commesso ma che invece ha l’unico scopo di dimostrare la premeditatezza dell’omicidio che lo stesso ha compiuto ai danni della propria amante.
I temi dell’amore, della delusione e del possesso si intrecciano in un labirinto mentale che vuole dimostrare come il colpevole, un medico affermato che conduce un’esistenza ordinaria, in vita sua non abbia mai amato veramente se non nel momento in cui ha incontrato la propria vittima, portando il significato del termine “possesso” alle estreme conseguenze della violenza fisica e mentale. L’omicidio non può che essere la naturale degenerazione di una visione distorta del mondo e dell’altro, inteso come individuo esterno alle nostre predisposizioni.
Simenon è bravissimo a tratteggiare lentamente i caratteri di una personalità che regredisce con l’avanzare delle pagine. Il lettore è testimone della follia che si insinua nei gesti e nelle parole del protagonista, tanto da intuirne in anticipo gli impulsi.
Un tema, quello della violenza dentro l’amore, sempre attuale e disgraziatamente reale.
Lettura fortemente consigliata.

rosa

Il bambino di Noè

“Il bamino di Noè” è un romanzo abbastanza breve di Eric-Emmanuel Schmitt, un drammaturgo francese di fama internazionale, ambientato negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, che narra la guerra vista attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, ebreo, nel Belgio invaso dai nazisti. Il protagonista è costretto ad abbandonare i genitori, cambiare identità, e affidarsi alle cure di un sacerdote in un orfanotrofio cattolico.
Mi sono avvicinato a questo romanzo perchè le insegnanti dei miei figli, entrambi di nove anni, hanno comunicato a noi genitori che quest’anno affronteranno la giornata della memoria (27 gennaio di ogni anno) utilizzando questo breve racconto come base per spiegare cosa è successo in quegli anni bui della nostra storia. Gli argomenti trattati dall’autore sono tutt’altro che leggeri e l’inizio della narrazione, devo ammetterlo, è abbastanza toccante e forte. Ma le vicende che si susseguono, e che vengono raccontate con la semplicità con cui le racconterebbe un bambino, ci trascinano lungo le 130 pagine del libretto con la speranza nel cuore e con il desiderio che fatti del genere non possano più colpire altri bambini.
E’ curioso, atroce e toccante il modo in cui il piccolo Joseph scopre il proprio essere ebreo in un mondo che rifiuta tale condizione, un mondo che vuole eliminare “quelli come lui” senza nessuna pietà.

giocattoli

Gli uomini di Elio Vittorini

“Uomini e no” di Elio Vittorini è un romanzo difficile, ostico ma profondo. La storia d’amore tra un partigiano del GAP e una donna sposata è il filo conduttore di un racconto che narra, con realismo ma senza pregiudizi, dell’occupazione tedesca a Milano durante la seconda guerra mondiale. Gli episodi di violenza e di morte si intrecciano con le pene del protagonista che non riesce a trovare la propria felicità, nonostante questa sembri essere la condizione necessaria affinchè tale felicità possa essere trasmessa agli altri.
Il lettore si trova di fronte le vittime della guerra, costretti da soprusi e violenze a rinunciare alla propria dignità di esseri umani, e per questi prova pietà e sconcerto. All’altro capo della narrazione vi sono i carnefici, uomini che di fronte ai propri simili non riescono a provare le stesse emozioni di chi legge, instillando in quest’ultimi sentimenti di odio.  Vittime e carnefici sono però dipinti con la stessa volontà.
Colui che soffre, alla fine, è un uomo. Colui che provoca sofferenza, alla fine, è anch’egli un uomo.
Vittorini spiazza il lettore donandogli proprio questa verità: il bene e il male, seppur sofferti o inflitti da individui differenti, sono instillati nell’animo umano fin dalla sua nascita. L’uomo è buono e soffre. L’uomo è cattivo e castiga. Anche in chi è degno della nostra pietà vi è un istinto violento e feroce, e allo stesso modo il carnefice più spietato ha sentimenti di solitudine e tristezza che lo avvicinano inevitabilmente alla propria vittima.
Chi può giudicare? Chi giudica se non un uomo stesso?
Tutto ruota attorno a noi, artefici e vittime del nostro stesso destino.
Da leggere.

partigiani

“La morte di Bunny Munro” – Nick Cave

Ho sempre amato Nick Cave. Il suo modo di raccontare storie tramite la musica mi ha subito affascinato, per non parlare della sua voce, in bilico tra quella di un predicatore e l’orco delle fiabe. Ascoltare un suo album è come immergersi in un viaggio che coinvolge di colpo gli istinti, ci si accorge con sgomento che una mano invisibile ci prende con violenza per il colletto della camicia e ci trascina verso il basso, là dove ognuno di noi tiene rilegati i sentimenti repressi, le paure, i timori e le vergogne che ci portiamo dietro da tutta una vita. Nick Cave è intestinale. Non si riesce a restare impassibili di fronte alla sua sfrontatezza. Si ama o si detesta.
Le stesse emozioni si provano nel leggere questo libro. Un romanzo da buttare già tutto d’un fiato come fosse un bicchiere di grappa che scendendo lungo l’esofago brucia tutto ciò che incontra. Fa male, molto male. Stordisce e lascia interdetti per la sua brutalità. Ma d’altronde è come ascoltare il suo autore che, delirando senza musica, ci racconta la dissolvenza di un uomo, di una generazione.
Bunny Munro è senza dubbio Nick Cave, ma è anche il lettore.
La storia è semplice e triste. E’ un susseguirsi di tragedie tutte legate da un unico filo conduttore: la negazione dell’amore. L’amore non corrisposto di un figlio per il padre che si ripercuote tristemente nelle relazioni con il mondo e in quelle con se stesso. Sentimenti repressi che sfociano in atti di violenza gratuiti e irrimediabili, brutali e destabilizzanti. Ci vuole stomaco per proseguire nella lettura. Ci vuole coraggio per dare una giustificazione agli eventi.
Durante la lettura mi sono venuti in mente più volte alcuni brani di Nick che avrebbero potuto fare da colonna sonora alle pagine del romanzo, ad ogni singolo capitolo, in ogni istnate della desolante vita di Bunny Munro. Ma poi mi sono accorto che una canzone in particolare andava e veniva nella mia testa, anzi un ritornello:

Do you love me? Like i love you?

Sì, sta tutto qui. In questa richiesta d’amore che regge gli eventi e che, considerando il personaggio che ha scritto la storia, non può che avere un’unica risposta. Se conoscete Nick Cave dovreste sapere di cosa si tratta.

Il commissario Simenon

Luci nella notte, Il gatto, Betty, La camera azzurra, Le finestre di fronte, L’orologiaio di Everton.
Questa estate ho incontrato Georges Simenon, lo scrittore, e mi ha subito affascinato. Non il Simenon di Maigret, ma quello dei personaggi desolanti, depressi, sconfitti e tristi che si ritrovano a grappoli nei suoi romanzi. Ogni suo libro è un tuffo in uno stagno melmoso di umana decadenza, un calice colmo di umori e sensazioni che lascia l’amaro in bocca ma dal quale non si riesce a staccare la bocca. Si comincia col sorseggiarne gli aromi per finire immersi nelle vicende, umanamente semplici e terribilmente reali, dei protagonisti.
Non aspettatevi il lieto fine. Le storie sono crudeli e ciniche come solo la vita reale sa essere. Non ci sono eroi ma solo esseri umani, con i loro difetti e le loro debolezze, che lottano contro il destino. Una lotta che fin dall’inizio presuppone la sconfitta, a meno di non accettare a priori la propria miseria di fronte agli eventi della vita stessa.
La narrazione trae tutta la propia forza dal dialogo tra i personaggi e dalle loro reazioni, istintive e primordiali, che ne delineano il carattere fin dall’inizio. Nessuna speranza di redenzione, nessun pentimento.
Opere d’arte immense che rappresentano la piccolezza degli essere umani.