L’artificio del fuoco (2)

C’era il cielo e c’eran le stelle.
L’ascesa era stata faticosa e lunga, tanto che per gli ultimi cento metri dovetti trasportare il mio piccolo in spalla. Avevamo camminato per quasi due ore. Al momento di partire il sole stava già per tramontare ma il sentiero era ancora visibile. Giungemmo alla meta che il buio era totale. Solo la luna, una enorme luna piena, proiettava ombre sul prato immenso. Ci sedemmo l’uno accanto all’altro. Mio figlio cominciò subito a sbadigliare, era assonnato e poco avvezzo a stare sveglio fino a quell’ora. Cercai di intrattenerlo facendogli il solletico e parlandogli delle stelle. L’erba era fresca ed una lieve brezza inondava a tratti la collina di odori di brace provenienti dal paese.

Cominciò tutto all’improvviso.
Una luce immensa illuminò i campi addormentati e un enorme boato lo spaventò così tanto che si strinse forte al mio braccio. Gli carezzai dolcemente la testa dandogli un caldo bacio sui capelli folti. Poche parole di conforto precedettero lo spettacolo pirotecnico.
Stelle cadenti al contrario, dalla terra verso il cielo, splendevano di mille colori nel firmamento estivo. Vibravano d’azzurro, di verde e di giallo. Esplodevano in mille rivoli saettanti che tra gli astri si confondevano e poi lentamente scomparivano. Una, due, tre volte ripetute nel cielo folgoranti fulmini artificiali tratteggiavano figure che solo la fantasia più sfrenata, meno condizionata, poteva riconoscere.
Nel fragrore della festa sentii posarsi sul dorso della mia mano le soffici dita di mio figlio che senza chiedere permesso cercarono e trovarono l’indice della mia mano destra. Lo strinsero di un calore intenso e con esso si fusero per condividere insieme le emozioni di quella serata.
Mi voltai e vidi nel buio il profilo delicato e paffuto di un bambino che, a bocca aperta, ammirava quello spettacolo in religioso silenzio. Rimasi affascinato dal suo sguardo e dallo stupore per un evento mai visto, per qualcosa di sconosciuto che si stava manifestando per la prima volta dinnanzi ai suoi occhi ancora socchiusi alle bellezze della vita. Riconobbi un sorriso appena abbozzato, frutto dell’alchimia tra stupore e felicità, meraviglia e gioia.
Per me, ma forse anche per mio figlio, si trattò di un giorno indimenticabile.

L’artificio del fuoco

C’era il cielo e c’eran le stelle. L’ascesa era stata faticosa e lunga, tanto che gli ultimi cento metri di salita il bimbo li fece in spalle al suo papà. Avevano camminato per quasi due ore. Al momento di partire il sole stava già per tramontare ma il sentiero era ancora visibile. Giunti alla meta il buio era totale. Solo la luna, una enorme luna piena, proiettava ombre sul prato immenso. Si sedettero l’uno accanto all’altro. Il bimbo cominciò a sbadigliare evidentemente assonnato e poco avvezzo a stare sveglio fino a quell’ora. Il suo papà lo intrattenne un po’ facendogli il solletico e parlandogli delle stelle. L’erba era fresca ed una lieve brezza inondava sporadicamente la collina di odori di brace provenienti dal paese.

Cominciò tutto all’improvviso.
Una luce immensa illuminò i campi addormentati e un enorme boato spaventò il bambino che si strinse al braccio del padre. Questi gli carezzò dolcemente la testa e gli diede un caldo bacio sui capelli folti stringendolo a sé. Poche parole di conforto precedettero lo spettacolo imminente.
Stelle cadenti al contrario, dalla terra verso il cielo, splendevano di mille colori nel firmamento estivo. Vibravano d’azzurro, di verde e di giallo. Esplodevano in mille rivoli saettanti che tra le stelle si confondevano e poi lentamente scomparivano. Una, due, tre volte ripetute nel cielo folgoranti fulmini artificiali tratteggiavano figure che solo la fantasia più sfrenata, meno condizionata, poteva riconoscere.
Nel fragrore della festa il padre sentì posarsi sul dorso della mano le soffici dita del figlio che senza chiedere permesso cercarono e trovarono l’indice della mano destra. Lo strinsero di un calore intenso e con esso si fusero per condividere unilateralmente le emozioni di quella serata.
L’uomo si voltò e vide il profilo delicato e paffuto di un bambino che, a bocca aperta, ammirava quello spettacolo in religioso silenzio. Vide nel suo sguardo lontano lo stupore di un evento mai visto, qualcosa di sconosciuto che si stava manifestando per la prima volta dinnanzi ai suoi occhi ancora semichiusi alle bellezze della vita. Riconobbe un sorriso appena abbozzato, frutto dell’alchimia tra stupore e felicità, meraviglia e gioia.
Nessuno dei due avrebbe mai più dimenticato quella serata.

 

Riflessioni in treno

Da “L’uomo d’istinto”:

Seduto uno di fronte all’altro, due viaggiatori devono essere per forza uno mezzo vuoto e l’altro mezzo pieno. In quei momenti io mi sentivo mezzo perso: all’avvicinarsi della meta una strana sensazione di disagio stava prendendo possesso del mio stomaco. Quel misto di nuovo e ignoto che accompagnava il mio viaggio si faceva sempre più pesante e pressante. Perché avevo accettato quell’invito? Chi ero io per poter entrare in un mondo che non mi apparteneva? Ne avevo le capacità? Ma soprattutto: volevo realmente che tutto ciò accadesse nella mia vita? Troppo tardi a quel punto.

Questi ultimi pensieri ed altri simili scorrevano impassibili di fronte ai miei occhi parallelamente ad un cartello blu con una scritta bianca indicante il nome di una località, la stessa stampata sul biglietto di viaggio che tenevo in tasca e che, tra le righe, nessuno era passato a controllare.

Il treno si stava fermando e una cordialissima voce femminile lievemente alterata da altoparlanti forse guasti annunciava l’imminente ripartenza del treno per luoghi più lontani. Era arrivata l’ora di scendere, finalmente e purtroppo.

La psicologia spicciola cui mi riferivo prima adesso direbbe che il bello di una partenza sta nel viaggio e non nell’arrivo a destinazione; balle! Avete mai provato a trascorrere quattordici ore in piedi sballottati a destra e a sinistra per raggiungere la vostra amata in riva al delizioso mare d’agosto? Pensate sia meglio condividere un metro quadro di spazio con una mezza dozzina di sconosciuti o riabbracciare l’oggetto del vostro desiderio? Il bello di una partenza sta nel viaggio solo se non si possiede una destinazione ben precisa.

Si chiama libertà.