Quando si debba considerare un’autobiografia oppure una raccolta di poesie, l’equazione sembra scontata e risulta addirittura banale porne in dubbio la correttezza, ma anche nel caso in cui il prodotto di tanto sforzo sia un romanzo, un racconto o finanche una fiaba, ci sarà sempre almeno una situazione, un evento, o nella stragrande maggioranza dei casi un personaggio che rivela al lettore alcuni aspetti privati e personali di colui che scrive. Nello scrivere l’autore rivela se stesso in diversi modi, e più questo è abile e furbo tanto più distribuirà uniformemente le proprie caratteristiche tra gli attori della propria opera. Cambierà sesso, razza e religione, coglierà l’occasione di dar voce al cattivo di turno per esprimere quegli istinti che ha sempre aberrato in pubblico; nelle scene di sesso o violenza darà sfogo a buona parte delle proprie recondite perversioni per poi rinnegarle e sconfiggerle per mano del protagonista.

L’autore non può far nulla per non rivelarsi, se non smettere di scrivere. L’uomo che scrive raggiunge questa consapvolezza nell’istante in cui rilegge ciò che ha scritto, nell’esatto momento in cui rivede, tra le righe, i propri tormenti, le proprie frustazioni ed i desideri di una vita che prendono forma.

L’autore che più di tutti si è rivelato? Fëdor Michajlovič Dostoevskij.