Da “L’uomo d’istinto”:

Seduto uno di fronte all’altro, due viaggiatori devono essere per forza uno mezzo vuoto e l’altro mezzo pieno. In quei momenti io mi sentivo mezzo perso: all’avvicinarsi della meta una strana sensazione di disagio stava prendendo possesso del mio stomaco. Quel misto di nuovo e ignoto che accompagnava il mio viaggio si faceva sempre più pesante e pressante. Perché avevo accettato quell’invito? Chi ero io per poter entrare in un mondo che non mi apparteneva? Ne avevo le capacità? Ma soprattutto: volevo realmente che tutto ciò accadesse nella mia vita? Troppo tardi a quel punto.

Questi ultimi pensieri ed altri simili scorrevano impassibili di fronte ai miei occhi parallelamente ad un cartello blu con una scritta bianca indicante il nome di una località, la stessa stampata sul biglietto di viaggio che tenevo in tasca e che, tra le righe, nessuno era passato a controllare.

Il treno si stava fermando e una cordialissima voce femminile lievemente alterata da altoparlanti forse guasti annunciava l’imminente ripartenza del treno per luoghi più lontani. Era arrivata l’ora di scendere, finalmente e purtroppo.

La psicologia spicciola cui mi riferivo prima adesso direbbe che il bello di una partenza sta nel viaggio e non nell’arrivo a destinazione; balle! Avete mai provato a trascorrere quattordici ore in piedi sballottati a destra e a sinistra per raggiungere la vostra amata in riva al delizioso mare d’agosto? Pensate sia meglio condividere un metro quadro di spazio con una mezza dozzina di sconosciuti o riabbracciare l’oggetto del vostro desiderio? Il bello di una partenza sta nel viaggio solo se non si possiede una destinazione ben precisa.

Si chiama libertà.