passiNon ero pronto per Jerzy Kosinski e forse questo è il motivo per cui non sono riuscito a staccare gli occhi da questo gioiello di narrativa prima di averne terminato l’intera lettura. Un libro fatto di tantissimi piccoli racconti che si susseguono apparentemente senza nessun legame tra loro se non il delirio che li contraddistingue.

Kosinski usa una prosa elegante, in prima persona, i suoi personaggi non hanno mai un nome proprio ma sono sempre il ragazzo, la ragazza, la donna, lo straniero, così da lasciare inalterato quel freddo legame che di solito ci lega agli sconosciuti. La prosa dicevo è lineare, morbida, avvolgente e mai scontata, accarezza il lettore con parole suadenti e descrizioni al limite dell’essenziale, lo culla con termini dolci, lo assorbe nella narrazione e lo accompagna verso l’ignoto, e quando è certo che il lettore abbia abbassato le difese lo colpisce improvviso con un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato, senza parole e stordito per la crudezza con cui il colpo è arrivato.

Un volume da leggere e rileggere, ma non illudetevi perchè l’inquietudine che ne ricaverete sarà sempre la stessa.

Devo ammettere che Hugh Kenner in quarta di copertina ha centrato il bersaglio quando ha detto che dietro questo capolavoro si celano Céline e Kafka. A mio avviso soprattuto il primo del quale ritrovo gli stessi passaggi assurdi e sconvolgenti del “Viaggio al termine della notte”, un altro capolavoro assoluto da cui non si può prescindere.