Tremendi strepitii stridono tra i denti tante volte quante sono quelle volte che già li ho sentiti strepitare. Resto stremato dal suono sottostante che stenta a strappare dalla mia mente gli strali di giorni tristi e stralunati. Stropiccio gli occhi e tanto li strabuzzo nel sentire, stranamente, che il suono astrale proviene invece dal cencio che Cetto, cincischiando, ha lasciato sgocciolare sul lastrico ristretto dell’ingresso fitto di arance marce. C’è troppo di te in tutto questo e, costretto a masticare ceci salati, non posso che stornare il progetto di scriverti un sonetto. Ecco, Cetto, ricominci a cincischiare sul tetto, ti sento dal salotto e di ciò mi tormento. Tremendo che non sei altro, se non altro all’imbrunire ti rigetto in gabinetto. Straccio di sudore, mi appiccico sul letto ed ansimo nell’atto di raggiungere il cassetto. Stentoreo pigio il tappetto che strozzando il suo ritorno infonde di luce tutto il soggiorno. Son sveglio.

cielo