pynchon Leggere Thomas Pynchon è un’esperienza che, nel bene o nel male, lascia un segno indelebile in ogni lettore che si approssimi a questo particolare autore con almeno un pizzico di curiosità e la voglia di comprenderne i meccanismi descrittivi tutt’altro che semplici e scontati (viene definito all’unanimità il padre della letteratura postmoderna, qualunque cosa questo significhi).
Semplice e scontata appare la trama che però nasconde ad ogni capoverso un’intuizione, una battuta, un riferimento alla storia stessa e alle mille altre che qui non vengono descritte ma sono intuite dai dialoghi, dagli avvenimenti e dalle allucinazioni della protagonista, una casalinga laureata che viene nominata esecutore testamentario dell’eredità di un ricco uomo d’affari che con lei ha avuto, nel passato, una relazione.
C’è odore di massoneria e complottismo se non fosse che gli eventi implodono su se stessi lasciandoci soli come un bambino alla fermata dell’autobus in cerca della propria mamma. Pynchon contorce la trama in spirali autoreferenziali che generano una forza centrifuga tendente a sbarazzarsi di chi legge, allontanando il lettore forse proprio allo scopo di confonderlo, di instillare in esso dubbi primordiali e sensazioni di fastidioso malessere.
L’incanto del lotto 49 sembra un film muto in cui i protagonisti vorrebbero urlare per la disperazione ma restano impacciati a bocca aperta mentre noi li guardiamo senza porci alcuna domanda. E’ un libro che dice molto e niente allo stesso tempo. Proprio come questa mia recensione.