Luci nella notte, Il gatto, Betty, La camera azzurra, Le finestre di fronte, L’orologiaio di Everton.
Questa estate ho incontrato Georges Simenon, lo scrittore, e mi ha subito affascinato. Non il Simenon di Maigret, ma quello dei personaggi desolanti, depressi, sconfitti e tristi che si ritrovano a grappoli nei suoi romanzi. Ogni suo libro è un tuffo in uno stagno melmoso di umana decadenza, un calice colmo di umori e sensazioni che lascia l’amaro in bocca ma dal quale non si riesce a staccare la bocca. Si comincia col sorseggiarne gli aromi per finire immersi nelle vicende, umanamente semplici e terribilmente reali, dei protagonisti.
Non aspettatevi il lieto fine. Le storie sono crudeli e ciniche come solo la vita reale sa essere. Non ci sono eroi ma solo esseri umani, con i loro difetti e le loro debolezze, che lottano contro il destino. Una lotta che fin dall’inizio presuppone la sconfitta, a meno di non accettare a priori la propria miseria di fronte agli eventi della vita stessa.
La narrazione trae tutta la propia forza dal dialogo tra i personaggi e dalle loro reazioni, istintive e primordiali, che ne delineano il carattere fin dall’inizio. Nessuna speranza di redenzione, nessun pentimento.
Opere d’arte immense che rappresentano la piccolezza degli essere umani.