“Uomini e no” di Elio Vittorini è un romanzo difficile, ostico ma profondo. La storia d’amore tra un partigiano del GAP e una donna sposata è il filo conduttore di un racconto che narra, con realismo ma senza pregiudizi, dell’occupazione tedesca a Milano durante la seconda guerra mondiale. Gli episodi di violenza e di morte si intrecciano con le pene del protagonista che non riesce a trovare la propria felicità, nonostante questa sembri essere la condizione necessaria affinchè tale felicità possa essere trasmessa agli altri.
Il lettore si trova di fronte le vittime della guerra, costretti da soprusi e violenze a rinunciare alla propria dignità di esseri umani, e per questi prova pietà e sconcerto. All’altro capo della narrazione vi sono i carnefici, uomini che di fronte ai propri simili non riescono a provare le stesse emozioni di chi legge, instillando in quest’ultimi sentimenti di odio.  Vittime e carnefici sono però dipinti con la stessa volontà.
Colui che soffre, alla fine, è un uomo. Colui che provoca sofferenza, alla fine, è anch’egli un uomo.
Vittorini spiazza il lettore donandogli proprio questa verità: il bene e il male, seppur sofferti o inflitti da individui differenti, sono instillati nell’animo umano fin dalla sua nascita. L’uomo è buono e soffre. L’uomo è cattivo e castiga. Anche in chi è degno della nostra pietà vi è un istinto violento e feroce, e allo stesso modo il carnefice più spietato ha sentimenti di solitudine e tristezza che lo avvicinano inevitabilmente alla propria vittima.
Chi può giudicare? Chi giudica se non un uomo stesso?
Tutto ruota attorno a noi, artefici e vittime del nostro stesso destino.
Da leggere.

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