C’è un sole che sorge ogni giorno nel giardino di una vecchia casa abbandonata. S’alza lento e pigro all’orizzonte schiarendo il cielo notturno con la sua luce invadente. Illumina puntuale la piccola abitazione che, sola nel silenzio della notte, l’attende con impazienza. Ne avvolge con calma la staccionata esterna proiettando ombre nel giardino, ombre nere e spigolose che stese sul viale d’ingresso arrivano, nei primi istanti dell’alba, sino al porticato principale ove si trova l’uscio serrato a chiave e le finestre impenetrabili. Si solleva svogliato a est come chi si fosse appena destato, stacca la sua vibrante rotondità dalle montagne lontane e in silenzio incede verso il cielo.

Succede ogni giorno allo stesso modo, oramai da molti anni. Durante l’estate scalda dolcemente le mura esterne con i raggi intensi e si insinua senza chiedere permesso tra le imposte consumate di quella dimora non più abitata. In autunno, nascosto da nuvole cariche di livore e pioggia, spia senza vergonga la piccola abitazione che si inzuppa d’acqua e lacrime. Al calar del freddo è una presenza pressoché inutile visto che non riesce nemmeno a sciogliere lo strato di ghiaccio che imbianca le tegole del tetto fatiscente. In primavera, quando la neve inizia a sciogliersi, i rivoli d’acqua che lenti scendono verso terra guardano nella sua direzione con riconoscenza e cordialità.

Il giardino abbandonato preserva, una stagione dopo l’altra, la vita naturale e selvaggia della propria vegetazione. L’erba sotto il gazebo è cresciuta a tal punto da nascondere per intero le gambe del vecchio tavolino di legno e le sedie, che un tempo lo circondavano gaudiose e festanti, sono scomparse rovesciate a terra, vittime del freddo e del vento, dell’acqua che le ha divorate e di quello stesso sole che ne ha deformato la fisionamoia sino a renderle irriconoscibili.

 Non più accudito da amorevoli mani, l’albero di mele è morto già da tempo, ma il suo scheletro secco e senza foglie resiste indomito alle intemperie e si erge, memore dei tempi andati, al centro del giardino come la statua di un prode cavaliere oramai sconfitto. Nel silenzio di una lenta, impercettibile trasformazione la ruggine divora con disinvoltura le catene dell’altalena che cigola in fondo all’orto, là dove le aiuole verdi e rigogliose un tempo formavano un angolo riparato e seducente.

Ma c’è un punto di quel giardino che non riceve alcuna carezza da parte del sole, dove l’erba non cresce più e la terra sembra non riuscire a liberarsi del freddo accumulato negli anni. Un punto riparato dagli sguardi dei pochi passanti, un pezzo di terreno sul quale una bambina, assai giovane e incantata, ha conosciuto un giorno una versione distorta di quello che gli adulti chiamano amore. Il melo rigoglioso e fiero fu testimone della sua educazione, così come l’altalena complice premio del suo silenzio. Ricevette troppo amore e dell’amore fu vittima inconsapevole, innocente.

Si fidava delle eccessive attenzioni che riceveva perché provenivano da un’essenza buona, seppure adulta, che lei chiamava papà. Era convinta non ci fosse nulla di male in quello che le veniva domandato perchè le richieste giungevano da una persona che l’accudiva e la nutriva, e che lei chiamava mamma. Le avevano fatto credere che fosse tutto normale, pura e semplice dimostrazione di un naturale amore. Eppure nel suo piccolo regno la principessa non si sentiva affatto felice.

Non disse mai nulla. Il suo mondo era quel giardino un tempo ricco di rose e tulipani profumati nel quale regnava dall’alto della sua altalena, un trono fuggente che la faceva sentire libera, pura, pulita. Aveva paura del buio, ma non come i suoi coetanei. Temeva le ore serali perché per lei significava dover tornare in casa. Così si nascondeva in quell’angolo isolato, dietro al tavolino, ad attendere con il cuore palpitante il richiamo che ogni giorno, ogni sera, significava sempre la stessa cosa. La principessa abbandonava il suo reame e salutava i suoi amici fiori.

Non disse mai nulla. Tenne tutto dentro. La cosa più importante per lei era tornare a giocare in giardino, nel suo parco dei divertimenti, dove finalmente poteva restare sola.

Non disse mai nulla. Neanche quando il gelo della notte iniziò a stringerle i piccoli piedini scalzi.

Non pianse, non si arrese. Strinse la sua bambola e si addormentò.

La trovarono stesa proprio in quel punto dove l’erba, forse per pudore o per rispetto, non riesce più a crescere.

 altalena