Nel sonno

Tremendi strepitii stridono tra i denti tante volte quante sono quelle volte che già li ho sentiti strepitare. Resto stremato dal suono sottostante che stenta a strappare dalla mia mente gli strali di giorni tristi e stralunati. Stropiccio gli occhi e tanto li strabuzzo nel sentire, stranamente, che il suono astrale proviene invece dal cencio che Cetto, cincischiando, ha lasciato sgocciolare sul lastrico ristretto dell’ingresso fitto di arance marce. C’è troppo di te in tutto questo e, costretto a masticare ceci salati, non posso che stornare il progetto di scriverti un sonetto. Ecco, Cetto, ricominci a cincischiare sul tetto, ti sento dal salotto e di ciò mi tormento. Tremendo che non sei altro, se non altro all’imbrunire ti rigetto in gabinetto. Straccio di sudore, mi appiccico sul letto ed ansimo nell’atto di raggiungere il cassetto. Stentoreo pigio il tappetto che strozzando il suo ritorno infonde di luce tutto il soggiorno. Son sveglio.

cielo

Emozioni e immagini

Non c’è foto, seppur fatta bene e veritiera in ogni suo aspetto, che possa in minima parte restituire la bellezza di un momento vissuto in prima persona. Non si tratta solo di ricordi, ma di emozioni e sensazioni che inevitabilmente si perdono nel tempo e nella memoria. La macchina fotografica, fredda e tecnologica, rinchiude in una superficie delimitata e geometricamente regolare l’impressione di un momento, illudendo il fotografo che sta dietro l’obiettivo d’aver immortalato il tempo, d’averlo fermato in quell’attimo sfuggente e leggero.

Nonostante ciò, sono contento d’aver acquistato la mia nuova HS30EXR.

hs30exr

Scrivere storie

Sono passati oramai alcuni mesi da quando ho terminato la stesura del mio secondo romanzo. Pochi mesi trascorsi a rileggerlo, correggerlo, ripensarne alcuni aspetti e riscrivene intere parti. Mi sono accorto che ogni volta che lo leggo ci sono alcuni capitoli che vorrei modificare, non necessariamente raggiungendo un risultato migliore, ma solo per il gusto di dargli una rinfrescata. Mi sembra di essere giunto ad un punto morto. Sono convinto che ogni due o tre cicli di correzione inevitabilmente mi ritrovo a riscrivere i paragrafi nello stesso modo in cui erano stati scritti in origine. E’ un circolo vizioso, o forse è solo un mio limite.
Come al solito ho fatto leggere i miei deliri ad Antonella, mia moglie. Alcuni giorni dopo averle passato il manoscritto, al ritorno a casa, l’ho ritrovato poggiato sul mobile dell’ingresso. Ho capito subito che aveva finito di leggerlo perchè tra i fogli non vi era nessun segnalibro. L’ho preso in mano, facendo correre velocemente le pagine tra le mie dita fino a giungere all’ultima, proprio dove si trova la prola ‘FINE’. Chiudendolo mi sono accorto che nell’ultima di copertina, con segno deciso e profondo e utilizzando una penna rossa, la mia ancora unica lettrice aveva scritto un breve commento: bellissimo.

Adesso non importa se il mio libro verrà cestinato da tutte le case editrice a cui lo sto proponendo. Davvero non m’importa. Vorrei, per pochi istanti, che i miei figli fossero un po’ più grandi solo per il piacere di ricevere la loro opinione su quello che il loro vecchio papà scrive.
E’ vero, si tratta soilo di storie, ma dietro ogni storia c’è un messaggio, un significato. La voglia di trasmettere agli altri le proprie opinioni.

Scrivere: perché? non è questa la sola domanda che voglio pormi, ma anche “per chi?”.
Per me stesso prima di tutto.

La poesia non fa per me

Un autor che si cimenti
nello scrivere poesie
io lo stimo, non v’è dubbio,
ma non son parole mie.

Dell’intimo scrittore
coraggioso nell’esporsi
dovrei provar rispetto
ma non ne intendo i versi.

Leggo, rileggo, e provo a capire
quel sentimento tra rime e sospiri,
tra dolci fanciulle che braman l’amore
e autunni fuggenti che recan dolore.

Son reo confesso: non lo comprendo
cosa può essere che spinge l’autore
a rivelare del proprio intelletto
la gioia, gli umori, finanche l’odore.

Ma dunque poeti scrivetene ancora
di quelle poesie dai tratti tremendi,
che io per timor di sembrare ignorante
esalterò come alti, davvero stupendi.

Appuntamento in spiaggia

Era il 2003.
Quell’anno l’estate esplose all’improvviso, c’erano pezzi di turisti ovunque. Trascinavo con fatica le mie infradito lungo una piccola strada secondaria, lastricata di recente con ciottoli del quattrocento, che dalla piazza centrale del paese portava alla spiaggia, tutto rigorosamente in salita. Risiedevo nell’unica località balneare al di sotto del livello del mare. Arrancavo con passo incerto nel disperato tentativo di raggiungere la mia ombra, proiettata qualche metro più avanti da un sole impietoso. Alle undici del mattino, quando erano già passate ben due ore dalle nove dello stesso giorno, mi imbattei in un ambulante che vendeva orologi in ritardo. Dopo venti minuti di trattative, esausto, ne acquistai uno alla esorbitante cifra di otto euro. Ero spossato dalla trattativa continua avvenuta sotto un sole cocente e dalla calura estiva, ma mi rinfrancai quando, gettando un’occhiata furtiva al polso, mi accorsi che erano solo le dieci e trenta.
Ero in anticipo di ben quindici minuti sull’orario dell’appuntamento.