Numero zero – Umberto Eco

N0Un libro di Umberto Eco è di solito una complessa e formidabile unione di ricerca approfondita, sarcasmo, ironia pungente, pensieri profondi e articolati, il tutto tenuto insieme da una imperturbabile intelligenza di fondo. In “Numero Zero” c’è tutto tranne quest’ultimo elemento, che ne declassa la struttura a semplice romanzo storico, godibile sì ma nulla di più.
Tralasciando i saggi del Professore (che leggo e rileggo con passione), quest’ultima opera appare lontana anni luce anche solo dal precedente “Il cimitero di Praga”, per non parlare di capolavori come “Il pendolo di Foucault” e “Baudolino”. Peccato.

Didascalia

Arriverà un istante in cui tutto sarà immobile, e avrà il volto del silenzio, l’odore del mare e il calore di un brivido. Sarà un battito di palpebra, il ticchettio di un secondo che muore e l’istante in cui il successivo rinasce. Infinitesimale e fugace.

istante

Foto di Luca S.

Pasto Nudo – William S. Burroughs

pastonudoFin dalle prime pagine del “Pasto nudo” di Burroughs ci si rende conto che la lettura di questo breve romanzo ci lascerà sporchi e lerci per un bel po’ di tempo.

La tossicodipendenza spiegata a forza di schiaffi e pugni nello stomaco, una lettura fastidiosa e assillante che trascina in vortici apparentemente irrazionali ma che rappresentano un viaggio allucinato nel sottosuolo della dipendenza da droga. Se ne percepiscono continuamente gli odori nauseanti e l’assurdo lacerante bisogno di autodistruzione disinteressata. Un volume che lascia inevitabilmente spiazzati e disturbati ma che fa riflettere sulle visioni che accompagnano la “malattia” fino alle estreme conseguenze dell’annullamento personale.

Mefitico e doloroso, lento e angosciante al punto da odiarne la sfacciata magnificenza.

C’è un sole (racconto)

C’è un sole che sorge ogni giorno nel giardino di una vecchia casa abbandonata. S’alza lento e pigro all’orizzonte schiarendo il cielo notturno con la sua luce invadente. Illumina puntuale la piccola abitazione che, sola nel silenzio della notte, l’attende con impazienza. Ne avvolge con calma la staccionata esterna proiettando ombre nel giardino, ombre nere e spigolose che stese sul viale d’ingresso arrivano, nei primi istanti dell’alba, sino al porticato principale ove si trova l’uscio serrato a chiave e le finestre impenetrabili. Si solleva svogliato a est come chi si fosse appena destato, stacca la sua vibrante rotondità dalle montagne lontane e in silenzio incede verso il cielo.

Succede ogni giorno allo stesso modo, oramai da molti anni. Durante l’estate scalda dolcemente le mura esterne con i raggi intensi e si insinua senza chiedere permesso tra le imposte consumate di quella dimora non più abitata. In autunno, nascosto da nuvole cariche di livore e pioggia, spia senza vergonga la piccola abitazione che si inzuppa d’acqua e lacrime. Al calar del freddo è una presenza pressoché inutile visto che non riesce nemmeno a sciogliere lo strato di ghiaccio che imbianca le tegole del tetto fatiscente. In primavera, quando la neve inizia a sciogliersi, i rivoli d’acqua che lenti scendono verso terra guardano nella sua direzione con riconoscenza e cordialità.

Il giardino abbandonato preserva, una stagione dopo l’altra, la vita naturale e selvaggia della propria vegetazione. L’erba sotto il gazebo è cresciuta a tal punto da nascondere per intero le gambe del vecchio tavolino di legno e le sedie, che un tempo lo circondavano gaudiose e festanti, sono scomparse rovesciate a terra, vittime del freddo e del vento, dell’acqua che le ha divorate e di quello stesso sole che ne ha deformato la fisionamoia sino a renderle irriconoscibili.

 Non più accudito da amorevoli mani, l’albero di mele è morto già da tempo, ma il suo scheletro secco e senza foglie resiste indomito alle intemperie e si erge, memore dei tempi andati, al centro del giardino come la statua di un prode cavaliere oramai sconfitto. Nel silenzio di una lenta, impercettibile trasformazione la ruggine divora con disinvoltura le catene dell’altalena che cigola in fondo all’orto, là dove le aiuole verdi e rigogliose un tempo formavano un angolo riparato e seducente.

Ma c’è un punto di quel giardino che non riceve alcuna carezza da parte del sole, dove l’erba non cresce più e la terra sembra non riuscire a liberarsi del freddo accumulato negli anni. Un punto riparato dagli sguardi dei pochi passanti, un pezzo di terreno sul quale una bambina, assai giovane e incantata, ha conosciuto un giorno una versione distorta di quello che gli adulti chiamano amore. Il melo rigoglioso e fiero fu testimone della sua educazione, così come l’altalena complice premio del suo silenzio. Ricevette troppo amore e dell’amore fu vittima inconsapevole, innocente.

Si fidava delle eccessive attenzioni che riceveva perché provenivano da un’essenza buona, seppure adulta, che lei chiamava papà. Era convinta non ci fosse nulla di male in quello che le veniva domandato perchè le richieste giungevano da una persona che l’accudiva e la nutriva, e che lei chiamava mamma. Le avevano fatto credere che fosse tutto normale, pura e semplice dimostrazione di un naturale amore. Eppure nel suo piccolo regno la principessa non si sentiva affatto felice.

Non disse mai nulla. Il suo mondo era quel giardino un tempo ricco di rose e tulipani profumati nel quale regnava dall’alto della sua altalena, un trono fuggente che la faceva sentire libera, pura, pulita. Aveva paura del buio, ma non come i suoi coetanei. Temeva le ore serali perché per lei significava dover tornare in casa. Così si nascondeva in quell’angolo isolato, dietro al tavolino, ad attendere con il cuore palpitante il richiamo che ogni giorno, ogni sera, significava sempre la stessa cosa. La principessa abbandonava il suo reame e salutava i suoi amici fiori.

Non disse mai nulla. Tenne tutto dentro. La cosa più importante per lei era tornare a giocare in giardino, nel suo parco dei divertimenti, dove finalmente poteva restare sola.

Non disse mai nulla. Neanche quando il gelo della notte iniziò a stringerle i piccoli piedini scalzi.

Non pianse, non si arrese. Strinse la sua bambola e si addormentò.

La trovarono stesa proprio in quel punto dove l’erba, forse per pudore o per rispetto, non riesce più a crescere.

 altalena

Sono contrario alle emozioni – Diego De Silva

deSilvaSimpatico, godibile, a tratti arguto e palesemente colto, però. Però. C’è un però in questo romanzo di Diego De Silva. Spesso scontato, banale, fievole in quella che dovrebbe essere la struttura narrativa, piegato all’evidente esigenza dell’autore di dimostrare quanto sia capace di essere beffardo, controcorrente e volutamente cinico. In definitiva un libro che non mi ha convinto più di tanto, soprattutto non mi ha convinto a continuare la lettura dello stesso autore. E’ la prima opera di De Silva che leggo e probabilmente l’ultima, non perchè non sia piacevole, anzi ho trascorso qualche ora con il sorriso sugli occhi, ma non vi ho trovato nulla di originale, nuovo, straripante, che solitamente cerco in un nuovo autore.
Il protagonista dovrebbe essere l’avvocato Vincenzo Malinconico e il filo conduttore le emozioni che lo sovrastano e ne influenzano le relazioni con gli altri, ma il modo in cui questo percorso viene narrato mi pare troppo leggero e sfilacciato, così come il rapporto con il proprio psicanalista. E’ costruito da brevissimi episodi spesso non direttamente collegati tra loro, in cui la musica ha una parte importante così come le donne.
Oggi incontro una bella ragazza e descrivo le mie sensazioni in due pagine, poi mi taglio la lingua leccando una busta e ci scrivo altre due pagine, ascolto una canzone di un cantautore italiano e via altre due, ripenso ai Duran Duran negli anni ottanta ed ecco due nuove cartelle, faccio un sogno strano, metto in discussione modi di dire, guardo un film in tv o noto un  particolare dolce in gelateria, e via ogni volta un paio di pagine. Alla fine metto tutti insieme ed ecco “Sono contrario alle emozioni”.

Allegri non troppo – Prima puntata

demosteneNella villa del conte Allegri vigeva un caos infernale. Alle due della notte, tra un sabato e una domenica d’agosto, tutta la servitù era schierata in giardino sorvegliata da agenti di polizia in divisa. All’interno dell’abitazione un corpo senza vita giaceva a terra, disteso in salotto su un tappeto indiano appesantito da litri di sangue raggrumato. Solo poche ore prima si stava consumando una cena elegante i cui partecipanti facevano tutti parte dell’alta borghesia cittadina. I padroni di casa, conte Allegri e contessa Bernazzoli, ricevevano con cordialità l’avvocato Settembrini, il chirurgo plastico di fama internazionale Professor Salvini, il critico culinario Gentile, il giocatore di golf Stefano Missi e la reginetta di bellezza Valentina Costipa.
Tutto procedeva secondo il programma prestabilito dalla padrona di casa finchè, inspiegabilmente, verso le undici della sera, chi per un motivo e chi per un altro, tutti i commensali abbandonarono la tavola lasciando soli il padrone di casa e la sua consorte. Il bagno, una sigaretta, un’impellente telefonata erano tra le scuse addotte dai più per l’improvviso allontanamento. Il conte e la contessa, rimasti seduti ai loro posti, attesero alcuni minuti finché il primo, congedandosi cordialmente dalla seconda, decise di fare una capatina nel proprio studio, una piccola stanza che si trovava al di là del salotto, per recuperare un importante documento. Disgraziatamente non giunse mai a destinazione perché fu trovato disteso a terra dalla signorina Costipa che, lanciato un urlo adatto al caso, fece sopraggiungere tutti gli invitati nei pressi della raccapricciante scena che aveva testé scoperto. Molti di loro riconobbero, poggiato a terra vicino alla scrivania, un prezioso cimelio di famiglia, un mezzobusto in marmo di un famoso oratore greco, che era stato utilizzato per frantumare la scatola cranica del malcapitato. L’incidente domestico venne immediatamente abbandonato quale causa del decesso.
Avvisarono la polizia che, giunta in pochi minuti al numero 12 di Via Degli Alfieri, raccolse la servitù in giardino e tutti gli invitati nella sala da pranzo della villa stessa.
Dopo un quarto d’ora d’attesa un agente informò gli ospiti che era finalmente giunto il commissario Friederiksen, la persona che avrebbe seguito il caso e di conseguenza condotto i primi interrogatori quella sera stessa nella residenza Allegri.

Antonio Friederiksen era un uomo sulla cinquantina, abbastanza basso, corporatura robusta con tendenza all’obesità. A dispetto dell’età i pochi capelli che gli erano rimasti sulle tempie erano ancora neri come il carbone, così come le folte sopracciglia che facevano di tutto per congiungersi sopra un naso spesso rosso e gonfio a causa di un’allergia cronica. Figlio di un immigrato olandese e di un’operaia italiana, aveva ereditato dal padre solo l’impronunciabile cognome e la sofferenza per il caldo afoso delle estati abruzzesi.

Giunse sul luogo del delitto accaldato e sudaticcio, tanto da produrre in chi lo attendeva una smorfia di disgusto per lo stato igienico precario in cui si trovava. Ad un angolo della sala si trovava la contessa in lacrime, accudita dalla signorina Costipa e dall’aitante golfista che non perdeva occasione per elargire sorrisi alla giovane ancora in preda allo choc per il ritrovamento del corpo. Gli altri ospiti discutevano tra loro circa l’inatteso e inopportuno prolungarsi della serata.
– Buonasera a tuttti – esordì il commissario – sono il tenente Friederiksen.
Nessuno osò aprire bocca. Solo la contessa cercò di rianimarsi e gli si fece incontro.
– Buonasera commissario Frischen, sono la contessa Bernazzoli, moglie del defunto conte Allegri.
– Le mie condoglianze contessa – rispose l’uomo di legge stringendole la delicata mano tremante –  ma mi chiamo Friederiksen.
– Oh mi perdoni – si scusò la contessa che, dopo aver palesemente indagato l’aspetto del suo interlocutore, proseguì – gradisce qualcosa di fresco, commissario Frexen?
– No, grazie – rispose il commissario spazientito.
– Commissario! – esordì l’avvocato Settembrini con fare sicuro e baldanzoso – io sono l’avvoca…
– Per cortesia – lo interruppe il professor Salvini – non vogliamo certo…
– Ma cristo santo – si intromise il signor Gentile – stiamo aspettando da…
– Silenzio! – sentenziò Friederiksen – parlerete solo quando ve lo chiederò io e al momento opportuno.
Calò un silenzio di tomba nell’intero locale in cui rieccheggiavano, a cadenza precisa e costante, solo i singhiozzi dell’ormai vedova Allegri.
Il commissario Friederiksen si tolse la giacca e la poggiò sullo schienale di una sedia, quindi vi si sedette e tirò fuori dalla tasca interna un taccuino e una penna. Si ravvivò il piccolo riporto che gli copriva mezza testa e fissò, uno dopo l’altro, gli ospiti del conte Allegri. Stava per esordire quando si sentì un tonfo sordo provenire dall’angolo della stanza. La giovane miss Valentina Costipa aveva perso i sensi ed era piombata a terra come un sacco vuoto, pochi istanti dopo la contessa fissò il giovane Missi con sguardo severo e gli mollò un sonoro ceffone. Questi indietreggiò e, urtando un tavolino di cristallo, fece cadere a terra alcuni fogli che erano stati sistemati in modo precario sullo stesso; le pagine si sparsero sul pavimento. Tutti accorsero per soccorrere la giovane priva di sensi e Friederiksen si accorse che l’avvocato Settembrini stava cercando maldestramente di mettere in tasca uno dei fogli raccolti dal pavimento. Non fu l’unico a notare quel movimento, poiché il professor Salvini strinse il braccio dell’avvocato in una morsa tutt’altro che amichevole obbligandolo a lasciare a terra il foglio che aveva raccolto. A quel punto il critico Gentile fissò con fare attonito l’avvocato come a chiedere spiegazioni, ma quest’ultimo chiuse gli occhi e scosse la testa. La contessa si alzò di scatto e, dirigendosi verso il chirurgo, si strappò con forza la collana di perle che aveva al collo e la gettò in faccia all’avvocato.
Intervennero gli agenti che fecero accomodare tutti su delle sedie portate all’uopo e distesero la giovane reginetta di bellezza, ancora priva di sensi, su un divanetto. Il commissario Friederiksen fece cenno a uno di questi di avvicinarglisi e, quando fu a pochi centimentri, gli ordinò:
– Chiama mia moglie e avvisa che non sarò di ritorno prima di domani.
Poi, quasi tra sé e sé concluse: – sarà una lunga notte.

 

(ogni riferimento a cose o persone realmente esistenti è puramente casuale, i nomi e le vicende sono opera di pura fantasia)

I miei sogni, i loro sogni

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Quando guardo i miei figli, rivedo me da piccolo. Le mie paure, le mie speranze, la mia voglia di divorare il mondo. E’ difficile fare il genitore, perchè si va contro quello che si è stato prima di crescere. Sognavo, a dieci anni, di avere i super poteri, di sconfiggere i cattivi ed essere ammirato e stimato da tutti.
Rivedo me stesso nei loro occhi, nelle loro parole.
Ora ho capito che se riuscirò a fare in modo che i miei figli diventino delle persone migliori del sottoscritto, avrò raggiunto il mio obiettivo di padre.

Quando é cominciato tutto

A volte mi chiedo quando è iniziata esattamente la mia passione per la lettura e la letteratura in genere. Andando indietro negli anni col pensiero riesco a identificare un momento preciso in cui tutto è avvenuto. Premetto che nella mia famiglia la cultura non è mai stata la priorità, e non lo dico negativamente; i miei genitori, emigrati al nord dal salento nei primissimi anni ’70 avevano ben altro cui pensare. Sono figlio di un operaio e di una sarta che hanno preso la licenza di terza media dopo i propri figli, ma che hanno sempre sottolineato l’importanza che l’istruzione ha come forma di riscatto. E penso che avere un figlio laureato sia per loro motivo di grande orgoglio sociale.
Ma torniamo a me: è successo tutto al terzo anno di scuola superiore.
Considerando le premesse è evidente che dopo la licenzia media non mi sarei mai sognato di andare al liceo. “Prima impari un mestiere e poi se hai ancora voglia di studiare vai all’università“. Queste le parole, alcune mai dette esplicitamente, dei miei genitori. e così ho fatto. Iscritto ad un ITIS, in quel di Torino, al terzo anno (ovvero al primo anno dell’ultimo triennio) di elettrotecnica sperimentale, mi ritrovo in classe un’insegnante di Italiano proveniente dal liceo classico, che aveva deciso di usare i suoi poveri alunni come cavie: proporre loro libri di testo e lezioni da liceo. Completamente fuori di testa, ma geniale.
Liliana Salvadori si chiamava, piemontese doc. Già allora (1988) non era giovanissima e penso che questa sua voglia di inculcare in teste dure come le nostre, orientate all’elettronica, la meccanica e la fisica, nozioni filosofiche e letterarie derivasse dalla voglia di sfidare se stessa. Ma in fin dei conti, qualunque sia stato il motivo che l’ha spinta a tanto, non ci sarà giorno della mia vita in cui non la ringrazierò per quello che ha fatto.
Accadde che durante una pausa scolastica significativamente lunga ci raccomandò di leggere molto, consigliandoci alcuni testi che io acquistai e lessi per intero. Si trattava di “Ragazzi di vita” di Pasolini, “Morte nel pomeriggio” di Hemingway, “La luna e i falò” di Pavese e “Le confessioni” di Jean Jacques Rousseau.
Ecco, è cominciato tutto da quei volumi, che mi hanno aperto la mente e mi hanno reso affamato di conoscenza.
Ancora grazie professoressa.

scuola

Sua santità la neve

Oggi nevica. Ha nevicato così tanto durante la notte che ho deciso di restare a casa per evitare di trascorrere ore e ore nel traffico della provincia milanese a maledire il momento in cui avessi optato per recarmi in ufficio. La neve è ipnotica, trasmette tranquillità. Sarà quel bianco candore che sparge sui tetti delle case accompagnato dall’inevitabile silenzio che porta con sè, oppure il lento e spensierato volo dei fiocchi che, uno dietro l’altro, sembrano inseguirsi in un gioco eterno. Arrivano giù, a terra, si abbracciano e sorridono, aspetttando di essere raccolti dalle mani di un bambino che con loro vuole giocare e divertirsi.
Divertimento e anche un po’ tristezza. In piedi dietro al vetro della finestra, osservo questo spettacolo muto. E inevitabilmente penso al Papa. Già, proprio lui, sua Santità Benedetto XVI. L’uomo che nella giornata di ieri ha sconvolto un po’ tutto il mondo annunciando l’intenzione di ritirarsi e abbandonare il ruolo che, per chi intraprende la carriera ecclesiastica, penso sia il punto più alto cui aspirare. Me lo immagino seduto anche lui dietro la finestra della sua piccola stanza, in Vaticano, intento a osservare la neve che cade. Stanco e affaticato. Dietro la porta chiusa si sentiranno voci, passi veloci che corrono avanti e indietro, parole smorzate per non farsi udire e squilli di telefoni.
“Non ho più le forze”, questa la frase che ricorre più spesso sui giornali. L’uomo che più di tutti rappresenta Dio in terra non ha più le forze. Sarebbe bello potergli chiedere a quali forze si riferisce, ma forse è più giusto che il silenzio della neve lo circondi per un attimo lasciandolo solo con i propri pensieri. Il bianco del suo abito si confonde all’orizzonte e lentamente scompare alla vista. Un sogno desitnato a sciogliersi nei prossimi giorni.
Nonostante tutto, anche lui è un uomo.

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