C’è un sole (racconto)

C’è un sole che sorge ogni giorno nel giardino di una vecchia casa abbandonata. S’alza lento e pigro all’orizzonte schiarendo il cielo notturno con la sua luce invadente. Illumina puntuale la piccola abitazione che, sola nel silenzio della notte, l’attende con impazienza. Ne avvolge con calma la staccionata esterna proiettando ombre nel giardino, ombre nere e spigolose che stese sul viale d’ingresso arrivano, nei primi istanti dell’alba, sino al porticato principale ove si trova l’uscio serrato a chiave e le finestre impenetrabili. Si solleva svogliato a est come chi si fosse appena destato, stacca la sua vibrante rotondità dalle montagne lontane e in silenzio incede verso il cielo.

Succede ogni giorno allo stesso modo, oramai da molti anni. Durante l’estate scalda dolcemente le mura esterne con i raggi intensi e si insinua senza chiedere permesso tra le imposte consumate di quella dimora non più abitata. In autunno, nascosto da nuvole cariche di livore e pioggia, spia senza vergonga la piccola abitazione che si inzuppa d’acqua e lacrime. Al calar del freddo è una presenza pressoché inutile visto che non riesce nemmeno a sciogliere lo strato di ghiaccio che imbianca le tegole del tetto fatiscente. In primavera, quando la neve inizia a sciogliersi, i rivoli d’acqua che lenti scendono verso terra guardano nella sua direzione con riconoscenza e cordialità.

Il giardino abbandonato preserva, una stagione dopo l’altra, la vita naturale e selvaggia della propria vegetazione. L’erba sotto il gazebo è cresciuta a tal punto da nascondere per intero le gambe del vecchio tavolino di legno e le sedie, che un tempo lo circondavano gaudiose e festanti, sono scomparse rovesciate a terra, vittime del freddo e del vento, dell’acqua che le ha divorate e di quello stesso sole che ne ha deformato la fisionamoia sino a renderle irriconoscibili.

 Non più accudito da amorevoli mani, l’albero di mele è morto già da tempo, ma il suo scheletro secco e senza foglie resiste indomito alle intemperie e si erge, memore dei tempi andati, al centro del giardino come la statua di un prode cavaliere oramai sconfitto. Nel silenzio di una lenta, impercettibile trasformazione la ruggine divora con disinvoltura le catene dell’altalena che cigola in fondo all’orto, là dove le aiuole verdi e rigogliose un tempo formavano un angolo riparato e seducente.

Ma c’è un punto di quel giardino che non riceve alcuna carezza da parte del sole, dove l’erba non cresce più e la terra sembra non riuscire a liberarsi del freddo accumulato negli anni. Un punto riparato dagli sguardi dei pochi passanti, un pezzo di terreno sul quale una bambina, assai giovane e incantata, ha conosciuto un giorno una versione distorta di quello che gli adulti chiamano amore. Il melo rigoglioso e fiero fu testimone della sua educazione, così come l’altalena complice premio del suo silenzio. Ricevette troppo amore e dell’amore fu vittima inconsapevole, innocente.

Si fidava delle eccessive attenzioni che riceveva perché provenivano da un’essenza buona, seppure adulta, che lei chiamava papà. Era convinta non ci fosse nulla di male in quello che le veniva domandato perchè le richieste giungevano da una persona che l’accudiva e la nutriva, e che lei chiamava mamma. Le avevano fatto credere che fosse tutto normale, pura e semplice dimostrazione di un naturale amore. Eppure nel suo piccolo regno la principessa non si sentiva affatto felice.

Non disse mai nulla. Il suo mondo era quel giardino un tempo ricco di rose e tulipani profumati nel quale regnava dall’alto della sua altalena, un trono fuggente che la faceva sentire libera, pura, pulita. Aveva paura del buio, ma non come i suoi coetanei. Temeva le ore serali perché per lei significava dover tornare in casa. Così si nascondeva in quell’angolo isolato, dietro al tavolino, ad attendere con il cuore palpitante il richiamo che ogni giorno, ogni sera, significava sempre la stessa cosa. La principessa abbandonava il suo reame e salutava i suoi amici fiori.

Non disse mai nulla. Tenne tutto dentro. La cosa più importante per lei era tornare a giocare in giardino, nel suo parco dei divertimenti, dove finalmente poteva restare sola.

Non disse mai nulla. Neanche quando il gelo della notte iniziò a stringerle i piccoli piedini scalzi.

Non pianse, non si arrese. Strinse la sua bambola e si addormentò.

La trovarono stesa proprio in quel punto dove l’erba, forse per pudore o per rispetto, non riesce più a crescere.

 altalena

Allegri non troppo – Prima puntata

demosteneNella villa del conte Allegri vigeva un caos infernale. Alle due della notte, tra un sabato e una domenica d’agosto, tutta la servitù era schierata in giardino sorvegliata da agenti di polizia in divisa. All’interno dell’abitazione un corpo senza vita giaceva a terra, disteso in salotto su un tappeto indiano appesantito da litri di sangue raggrumato. Solo poche ore prima si stava consumando una cena elegante i cui partecipanti facevano tutti parte dell’alta borghesia cittadina. I padroni di casa, conte Allegri e contessa Bernazzoli, ricevevano con cordialità l’avvocato Settembrini, il chirurgo plastico di fama internazionale Professor Salvini, il critico culinario Gentile, il giocatore di golf Stefano Missi e la reginetta di bellezza Valentina Costipa.
Tutto procedeva secondo il programma prestabilito dalla padrona di casa finchè, inspiegabilmente, verso le undici della sera, chi per un motivo e chi per un altro, tutti i commensali abbandonarono la tavola lasciando soli il padrone di casa e la sua consorte. Il bagno, una sigaretta, un’impellente telefonata erano tra le scuse addotte dai più per l’improvviso allontanamento. Il conte e la contessa, rimasti seduti ai loro posti, attesero alcuni minuti finché il primo, congedandosi cordialmente dalla seconda, decise di fare una capatina nel proprio studio, una piccola stanza che si trovava al di là del salotto, per recuperare un importante documento. Disgraziatamente non giunse mai a destinazione perché fu trovato disteso a terra dalla signorina Costipa che, lanciato un urlo adatto al caso, fece sopraggiungere tutti gli invitati nei pressi della raccapricciante scena che aveva testé scoperto. Molti di loro riconobbero, poggiato a terra vicino alla scrivania, un prezioso cimelio di famiglia, un mezzobusto in marmo di un famoso oratore greco, che era stato utilizzato per frantumare la scatola cranica del malcapitato. L’incidente domestico venne immediatamente abbandonato quale causa del decesso.
Avvisarono la polizia che, giunta in pochi minuti al numero 12 di Via Degli Alfieri, raccolse la servitù in giardino e tutti gli invitati nella sala da pranzo della villa stessa.
Dopo un quarto d’ora d’attesa un agente informò gli ospiti che era finalmente giunto il commissario Friederiksen, la persona che avrebbe seguito il caso e di conseguenza condotto i primi interrogatori quella sera stessa nella residenza Allegri.

Antonio Friederiksen era un uomo sulla cinquantina, abbastanza basso, corporatura robusta con tendenza all’obesità. A dispetto dell’età i pochi capelli che gli erano rimasti sulle tempie erano ancora neri come il carbone, così come le folte sopracciglia che facevano di tutto per congiungersi sopra un naso spesso rosso e gonfio a causa di un’allergia cronica. Figlio di un immigrato olandese e di un’operaia italiana, aveva ereditato dal padre solo l’impronunciabile cognome e la sofferenza per il caldo afoso delle estati abruzzesi.

Giunse sul luogo del delitto accaldato e sudaticcio, tanto da produrre in chi lo attendeva una smorfia di disgusto per lo stato igienico precario in cui si trovava. Ad un angolo della sala si trovava la contessa in lacrime, accudita dalla signorina Costipa e dall’aitante golfista che non perdeva occasione per elargire sorrisi alla giovane ancora in preda allo choc per il ritrovamento del corpo. Gli altri ospiti discutevano tra loro circa l’inatteso e inopportuno prolungarsi della serata.
– Buonasera a tuttti – esordì il commissario – sono il tenente Friederiksen.
Nessuno osò aprire bocca. Solo la contessa cercò di rianimarsi e gli si fece incontro.
– Buonasera commissario Frischen, sono la contessa Bernazzoli, moglie del defunto conte Allegri.
– Le mie condoglianze contessa – rispose l’uomo di legge stringendole la delicata mano tremante –  ma mi chiamo Friederiksen.
– Oh mi perdoni – si scusò la contessa che, dopo aver palesemente indagato l’aspetto del suo interlocutore, proseguì – gradisce qualcosa di fresco, commissario Frexen?
– No, grazie – rispose il commissario spazientito.
– Commissario! – esordì l’avvocato Settembrini con fare sicuro e baldanzoso – io sono l’avvoca…
– Per cortesia – lo interruppe il professor Salvini – non vogliamo certo…
– Ma cristo santo – si intromise il signor Gentile – stiamo aspettando da…
– Silenzio! – sentenziò Friederiksen – parlerete solo quando ve lo chiederò io e al momento opportuno.
Calò un silenzio di tomba nell’intero locale in cui rieccheggiavano, a cadenza precisa e costante, solo i singhiozzi dell’ormai vedova Allegri.
Il commissario Friederiksen si tolse la giacca e la poggiò sullo schienale di una sedia, quindi vi si sedette e tirò fuori dalla tasca interna un taccuino e una penna. Si ravvivò il piccolo riporto che gli copriva mezza testa e fissò, uno dopo l’altro, gli ospiti del conte Allegri. Stava per esordire quando si sentì un tonfo sordo provenire dall’angolo della stanza. La giovane miss Valentina Costipa aveva perso i sensi ed era piombata a terra come un sacco vuoto, pochi istanti dopo la contessa fissò il giovane Missi con sguardo severo e gli mollò un sonoro ceffone. Questi indietreggiò e, urtando un tavolino di cristallo, fece cadere a terra alcuni fogli che erano stati sistemati in modo precario sullo stesso; le pagine si sparsero sul pavimento. Tutti accorsero per soccorrere la giovane priva di sensi e Friederiksen si accorse che l’avvocato Settembrini stava cercando maldestramente di mettere in tasca uno dei fogli raccolti dal pavimento. Non fu l’unico a notare quel movimento, poiché il professor Salvini strinse il braccio dell’avvocato in una morsa tutt’altro che amichevole obbligandolo a lasciare a terra il foglio che aveva raccolto. A quel punto il critico Gentile fissò con fare attonito l’avvocato come a chiedere spiegazioni, ma quest’ultimo chiuse gli occhi e scosse la testa. La contessa si alzò di scatto e, dirigendosi verso il chirurgo, si strappò con forza la collana di perle che aveva al collo e la gettò in faccia all’avvocato.
Intervennero gli agenti che fecero accomodare tutti su delle sedie portate all’uopo e distesero la giovane reginetta di bellezza, ancora priva di sensi, su un divanetto. Il commissario Friederiksen fece cenno a uno di questi di avvicinarglisi e, quando fu a pochi centimentri, gli ordinò:
– Chiama mia moglie e avvisa che non sarò di ritorno prima di domani.
Poi, quasi tra sé e sé concluse: – sarà una lunga notte.

 

(ogni riferimento a cose o persone realmente esistenti è puramente casuale, i nomi e le vicende sono opera di pura fantasia)

Mi pubblicano!

La scorsa estate ho scritto in quattro e quattr’otto il mio secondo romanzo. A pensareci ora sono io il primo a stupirsi di come mi sia uscito di getto e facilmente; è vero che le revisioni sono state tante e molto spesso corpose, ma la struttura portante della storia era pronta in poco più di un mese. Terminato il lavoro mi ero ripromesso di lasciarlo un po’ nel cassetto a decantare, per poi riprenderlo e rivederlo per l’ennesima volta. Nel frattempo ho inviato a case editrici medio piccole e agenti letterari la sinossi del romanzo e un estratto dello stesso (a volte il romanzo completo), restando in paziente attesa di un riscontro.
Considerando i tempi di lettura molto lunghi delle case editrici ho cercato di dimenticare il fatto che il mio figliolo fosse in giro a farsi valutare e ho rpireso la mia routine di sempre. Su trentasette email inviate devo dire che, dopo più di sei mesi, solo pochissimi hanno risposto (qualche rifiuto e qualche editore a pagamento che ho lasciato perdere a priori).
Alcune settimana fa mi arriva una email di una piccola casa editrice, a cui avevo inviato il mio manoscritto, il cui senso può essere riassunto da questo breve estratto:

Abbiamo sottoposto la sua opera  … a 2 livelli di lettura, che ne hanno purtroppo evidenziato la non idoneità alla pubblicazione nelle nostre linee editoriali.

Cordiali saluti e buona notte. Sopita la solita, forte, delusione, ho archiviato il messaggio non sapendo se inconsciamente ringraziare la casa editrice per avermi risposto o preferire il silenzio al rifiuto. Rimuginavo nella bile, eppure sentivo una vocina dentro di me che mi ossessionava: non è possibile, non è possibile! Non può essere che nessuno apprezzi la mia opera (lo so, sono un inguaribile ottimista, ma sono fatto così).
Lo stesso giorno, circa tre ore più tardi, mi arriva inaspettato un nuovo messsaggio della casa editrice di cui sopra. Lo consulto dal cellulare e la prima cosa che leggo è l’oggetto del messaggio stesso: TERRIBILE ERRORE!. Sulle prime ho pensato ad uno scherzo, ma poi l’ho aperto e ho letto quanto segue:

Dobbiamo comunicarle che abbiamo commesso un terribile errore!
Infatti, il testo sulla cui possibilità di pubblicazione si è riunita martedì la commissione e per il quale oggi doveva essere inviata la risposta (negativa) non è il suo, bensì un altro!

eccetera eccetera con tanto di scuse.

Che fare? Illudersi per qualche altro giorno nell’attesa del rifiuto effettivamente destinato a me oppure gioire come un bambino? Ovviamente, alla tenera età di quarantuno anni, ho optato per la gioia smisurata.
Mi sono trastullato per quattro giorni quando finalmente è arrivata l’email corretta:

Gentile signor Scarciglia,
abbiamo attentamente valutato la sua opera … in 2 livelli di lettura, che l’hanno entrambi molto apprezzata.
Siamo intenzionati a investire su di lei e sul suo libro, pur con la prudenza che ci contraddistingue e comunque in base alle sue reali esigenze.

Che dire? Mentre scrivo ho tra le mani il contratto di pubblicazione che la casa editrice mi ha inviato e che interndo firmare quanto prima.
Si tratta comunque di una piccola casa editrice, ma molto seria, e che per propria ammissione si considera essa stessa un trampolino di lancio per autori esordienti; posso però assicurare che il semplice fatto che qualcuno abbia giudicato un mio lavoro degno di essere pubblicato mi riempie di orgoglio e felicità.
Quindi, adesso lo posso gridare ai quattro venti: mi pubblicano!

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Tre scene per un dramma

Personaggi:

Vassilij Vasilievich Voronin : patriarca della famiglia Voronin
Anna Voronina : moglie di Vassilij Vasilievich
Ninecka : figlia dei coniugi Voronin
Aleksej Paskov : giovane innamorato di Ninecka ma non ricambiato
Nadija : domestica di casa Voronin
Ivan Muskin : giovane di cui Ninecka è innamorata

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SCENA PRIMA
I coniugi Voronin, Vassilij Vassilievich e Anna Voronina, stanno sorseggiando il te seduti sulle loro poltrone di velluto verde. La figlia è intenta a ricamare un fazzolettino di seta con le proprie iniziali.

Vassilij : questa mattina ho ricevuto una missiva dal conte di Sprotolievski, afferma che l’inverno rigido ha minato seriamente le coltivazioni di patate
Anna : interessante!
Vassilij : ho paura che per i prossimi mesi dovremo fare a meno del purè
Anna : che disdetta!
Vassilij (rivolto alla moglie) : Anna, a volte penso che quando vi parlo non mi ascoltiate

Anna lo guarda con sufficienza mentre sorseggia il te.

Vassilij (rivolto alla figlia) : Ninecka, ho notato che ultimamente ricevete una fitta corrispondenza dalla provincia, posso chiedervi di cosa si tratta?
Ninecka (rossa in viso) : padre, devo confessarvi una cosa che potrebbe turbare la vostra serenità ma che mi auguro la vostra saggezza possa perdonare

Vassilij e Anna si voltano entrambi verso la figlia.

Ninecka : è da molti mesi che sono in contatto con un giovane ragazzo di nome Ivan. Ci scriviamo ogni settimana e…
Vassilij: e?
Ninecka : …e ci siamo innamorati perdutamente.

Vassilij e Anna si guardano negli occhi attoniti

Ninecka : Vi prego, non giudicatemi male. Potrà sembrarvi strano ma sento che io e Ivan siamo fatti l’uno per l’altra: tutto quello che ci scriviamo, le nostre parole, vanno sempre nello stessa direzione. Ci siamo conosciuti e siamo divenuti subito due anime gemelle, crediamo entrambi nel vero amore, e anche se non ci siamo mai incontrati…
Anna (interrompendo la figlia): come dite? Non vi siete mai visti? E come fate a drivi innamorati l’uno dell’altra?
Ninecka : in verità madre, due settimane or sono Ivan mi ha inviato una sua fotografia e io non ho potuto fare altro che ricambiare questo suo gesto.
Anna : avete spedito una vostra immagine ad uno sconosciuto?
Ninecka : non proprio…
Vassilij (intromettendosi con tono alterato) : figla mia, se intendete dire che non siete due sconosciuti lasciate perdere fin d’ora…
Ninecka (interrompendo a sua volta il padre) : no, padre, non mi riferivo a quello. Intendevo dire che non gli ho inviato una mia fotografia.
Anna : e di chi è l’immagine che avete inviato, allora?
Ninecka (volgendo lo sguardo verso il basso): di Nadija.
Vassilij: la nostra domestica?
Ninecka : sì.
Anna : e perchè mai avete fatto una cosa del genere?
Ninecka : perchè Nadija è una splendida giovane e io avevo paura che Ivan, vedendomi, avrebbe perso ogni interesse per me.
Anna : ma, cara Ninecka, prima o poi il vostro giovane spasimante scoprirà la verità.
Ninecka : infatti, questo è il problema. Nell’ultima lettera, giunta proprio ieri, Ivan mi ha scritto che questa mattina verrà a trovarmi per conoscere me e voi tutti.

Vassilij e Anna sgranano gli occhi increduli ma non fanno in tempo a dire nulla che squilla il campanello dell’ingresso.Cade il gelo nella stanza.
Ninecka si alza di scatto e imbocca di corsa il lungo corridio che porta all’ingresso. I genitori ancora perplessi la vedono rientrare col viso scuro seguita da Aleksej Paskov, il giovane che da sempre brama la sua mano.

Aleksej (inchinandosi) : buongiorno.
Anna : buongiorno a voi, Aleksej.
Aleksej : adorabile Voronina, vi porto i saluti di mia madre. Mi ha raccomandato di ricordarvi l’appuntamento di questa sera al circolo del bridge.
Vassilij : non penso che mia moglie potrà rispettare l’impegno preso con vostra madre, Aleksej.
Aleksej : o buon Dio, è avvenuto qualcosa di grave?
Anna: vede Alekseij…

Anna viene interrotta dal campanello all’ingresso che suona nuovamente. Ninecka fa per alzarsi ma viene bruscamente fermata dal padre che, in tono deciso, chiama a gran voce la domestica.

Vassilij : Nadija!

Arriva la domestica.

Nadija : avete chiamato Vassilij Vassilievich?
Vassilij : andate a ricevere l’ospite alla porta.

Nadija scompare nel corridoio. Aleksej si fa più vicino a Ninecka che cerca di allontanarlo. Anna si fa il segno della croce e Vassilij si alza portandosi alla finestra e voltando le spalle a tutti i presenti.

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SCENA SECONDA
Nadija si porta all’ingresso e apre la porta. Si trova di fronte un giovane, Ivan Muskin, assai brutto e viscido che appena la vede si inginocchia ai suoi piedi e le prende la mano cominciando a baciarla.

Ivan : mia amata, mio fiore. Qual sollievo rivedervi così bella e splendente. Da quando ho scoperto la beltà del vostro viso, oltre ai dolci sentimenti del cuore, la vostra immagine mi tortura giorno e notte. Non riesco più a vivere senza di voi.
Nadija (cercando di ritirare la mano) : ma chi siete? Io non vi conosco.
Ivan (rialzandosi turbato) : ah è vero! Avevo dimenticato che non potete riconoscermi.
Nadija : e come potrei?
Ivan : mia regina, devo confessarvi il mio più grande peccato. L’immagine che vi inviai due settimane fa non era mia, si tratta della fotografia di un mio caro amico che rubai e vi inviai per la paura di deludervi col mio aspetto reale.

Nadija lo guarda incredula e poi si mette a ridere sonoramente. Ivan resta perplesso e un po’ si vergogna.

Nadija : volete dire che anche voi avete inviato la fotografia di qualcun altro alla vostra amata?
Ivan: ebbene sì, lo confesso, vi ho mentito!
Nadija : ma voi non avete tradito me, scellerato!
Ivan: cosa intendete dire?
Nadija : non sono io la ragazza che attende il vostro amore, non sono io Ninecka Voronina

Ivan fa un passo indietro.

Ivan : ma io ho visto il vostro volto…
Nadija: povero imbecille! Quella sciocca di Ninecka vi ha inviato una mia immagine per paura di mostrarsi personalmente.

Nadija continua a ridere.

Ivan : ma io oramai sono innamorato di voi. Siete bellissima! Concedetemi la possibilità di mostrarvi il mio cuore.

Nadija lo guardo furbescamente, soppesa mentalmente la situazione e poi, con un sorriso complice sulle labbra, ammicca Ivan illudendolo con lo sguardo.

Nadija (sussurrando): seguitemi senza parlare. Quando ve lo comanderò dovrete chiudere gli occhi e, ad un mio cenno, farete due passi in avanti. Voglio mostrarvi il mio mondo e farvi partecipe dei miei segreti, di modo che sappiate di chi vi siete innamorato.
Ivan (fremente): d’accordo.
Nadija : promettete di tenere gli occhi chiusi?
Ivan: lo giuro sull’amore che provo per voi.
Nadija : e allora, entrate.

Nadija apre la porta della grande sala dove i coniugi Voronin, Ninecka e Aleksejij li stanno aspettando da ormai cinque minuti.

Nadija (con tono alto e irridente) : Ivan Muskin, signori!

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SCENA ULTIMA
Vassilij Vasilievich si volta e guarda il nuovo arrivato. Anna poggia la tazza sul tavolino rimanendo però seduta al proprio posto. Ninecka si alza velocemente e va incontro al nuovo arrivato. Nadija si fa da parte lasciando Ivan al centro dell’attenzione. Alekseij segue Ninecka incuriosito.

Ninecka : E voi chi siete?

Ivan si volta verso Nadija che, in disparte, ride senza ritegno.

Ivan (sorpreso) : io sono Ivan Muskin, sigonrina. E sono un impostore, ma penso di non essere l’unico in questa stanza.

Ninecka lo guarda e capisce tutto.

Ninecka : quindi anche voi…
Anna : Mia cara Ninecka, temo che quest’uomo vi abbia ingannato
Aleksej (adirato): cosa odono le mie orecchie! Voi avete osato ingannare questa fanciulla!
Ninecka : Alekseij, per favore tacete!
Ivan : già, fate il piacere di tecere.
Alekseij : come vi permettete? Vi sfido a duello in codesto istante!
Nadija (uralndo) : no! Vi prego Alekseij! Non lo fate! Quest’uomo potrebbe uccidervi e io… io senza di voi non potrei vivere… perchè vi amo follemente!
Anna : Nadija!

Le due donne guardano la domestica che, tenendo la mano di Alekseij, ha gli occhi bagnati dalle lacrime.

Vassilij : Nadija! Anche voi traditrice! Mi avevate giurato eterno amore e ora cosa sento in questa casa, amate un altro?
Ninecka : padre!
Anna : Vassilij!
Nadija: Vasa!
Anna : Vasa?! E da quando in qua vi fate chiamare Vasa dalla vostra domestica!
Nadija (con un sorriso di sfida): dalla sua amante!
Alekseij: ma Nadija, e io?
Ninecka: e io cosa, Alekseij? Ma voi non amate me?
Alekseij : ma voi siete un cesso!

Cala il silenzio nella casa. Tutti guardano Alekseij che all’improvviso tira fuori una pistola e si uccide. Nadija, disperata per l’accaduto, corre verso Vassilij Vassilievich e, evitandolo, si getta dalla finestra. Ivan la segue cercando di fermarla ma quando la vede morta distesa tira fuori un coletello e si trafigge il cuore. Anna si siede lentamente e riprende la tazza ancora calda. Vassilij Vassilievich le si avvicina e le poggia una mano sulla spalla. Insieme osservano la figlia in lacrime.

Vassilij : ve l’ho detto che l’inverno rigido ha compromesso le piantagioni di patate?
Anna : certo, purtroppo dovremo fare a meno del purè.

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FINE

Siberia

Quando é cominciato tutto

A volte mi chiedo quando è iniziata esattamente la mia passione per la lettura e la letteratura in genere. Andando indietro negli anni col pensiero riesco a identificare un momento preciso in cui tutto è avvenuto. Premetto che nella mia famiglia la cultura non è mai stata la priorità, e non lo dico negativamente; i miei genitori, emigrati al nord dal salento nei primissimi anni ’70 avevano ben altro cui pensare. Sono figlio di un operaio e di una sarta che hanno preso la licenza di terza media dopo i propri figli, ma che hanno sempre sottolineato l’importanza che l’istruzione ha come forma di riscatto. E penso che avere un figlio laureato sia per loro motivo di grande orgoglio sociale.
Ma torniamo a me: è successo tutto al terzo anno di scuola superiore.
Considerando le premesse è evidente che dopo la licenzia media non mi sarei mai sognato di andare al liceo. “Prima impari un mestiere e poi se hai ancora voglia di studiare vai all’università“. Queste le parole, alcune mai dette esplicitamente, dei miei genitori. e così ho fatto. Iscritto ad un ITIS, in quel di Torino, al terzo anno (ovvero al primo anno dell’ultimo triennio) di elettrotecnica sperimentale, mi ritrovo in classe un’insegnante di Italiano proveniente dal liceo classico, che aveva deciso di usare i suoi poveri alunni come cavie: proporre loro libri di testo e lezioni da liceo. Completamente fuori di testa, ma geniale.
Liliana Salvadori si chiamava, piemontese doc. Già allora (1988) non era giovanissima e penso che questa sua voglia di inculcare in teste dure come le nostre, orientate all’elettronica, la meccanica e la fisica, nozioni filosofiche e letterarie derivasse dalla voglia di sfidare se stessa. Ma in fin dei conti, qualunque sia stato il motivo che l’ha spinta a tanto, non ci sarà giorno della mia vita in cui non la ringrazierò per quello che ha fatto.
Accadde che durante una pausa scolastica significativamente lunga ci raccomandò di leggere molto, consigliandoci alcuni testi che io acquistai e lessi per intero. Si trattava di “Ragazzi di vita” di Pasolini, “Morte nel pomeriggio” di Hemingway, “La luna e i falò” di Pavese e “Le confessioni” di Jean Jacques Rousseau.
Ecco, è cominciato tutto da quei volumi, che mi hanno aperto la mente e mi hanno reso affamato di conoscenza.
Ancora grazie professoressa.

scuola

Una frenata improvvisa

Giocare con le parole.

L’ibrido libro del birillo libero,
strano s’apre a capre nostrane
e nel bel ciel che splende e geme
s’alza d’un balzo nel mese di marzo.

Brevi rilievi dai veri lavori
coprono crepe di creta torchiata,
e i vini vicini in lidi piccini
strambano lembi di un rombo lontano.

Tuooono di luuuuuce, suoooono remooooto
di leeeenti cocchieeeeeri, di oooggi e di ieeeeri.

asfalto

Un paradosso scomposto

Negli ultimi tempi bazzico spesso il blog di Giulio Mozzi, dove trovo appunti interessanti e spunti stimolanti sia da un punto di vista letterario che umano. Oggi sono stato stuzzicato da un post che riportava un paradosso composto e non ho resistito a rispondere per le rime inserendo in un commento la seguente:

con la sua voce acuta
mi confessò timidamente
d’essere sorda e muta,
le dissi di tacere
e tacque

Stimolante, vero?

paradox

Il mio primo romanzo ora su Smashwords

Da un po’ di tempo volevo pubblicare L’uomo d’istinto in formato digitale e permettere a chiunque di poterlo acquistare e leggere sul proprio dispositivo elettronico. Uno dei servizi migliori che ho trovato, e che tra l’altro è anche completamente gratuito, è Smashwords, un sito americano che permette di vendere online il proprio lavoro decidendone formati disponibili (tra i quali c’è anche quello per kindle e iPad), prezzo e percentuale di pagine da lasciare in libera visione agli interessati.

Per chi fosse interesato questo è il link.

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