Leggere per capire, capire leggendo

Finirò per montarmi la testa.

Dopo la prima recensione al mio romanzo d’esordio quest’oggi ho trovato nella mia casella di posta un messaggio che recava come oggetto “cosa ne pensi?“. Si tratta di una email di una persona molto importante per la mia famiglia che ha dedicato un po’ del suo tempo per leggere il mio libro. Quella che segue è la sua, preziosissima per me, opinione leggermente modificata in alcune parti dal sottoscritto affinchè tanto entusiasmo non svelasse troppo della trama dell’opera.
Il mittente del messaggio è Anna Rita, una persona che conosco da molti anni e della quale apprezzo la tenacia e la forza di volontà con cui affronta da sempre le sfide della vita. Madre di due figli, ha dedicato la sua vita all’istruzione e alla pedagogia alternando il suo prezioso lavoro di insegnante a quello di madre e moglie.
Quelle che seguono sono le sue parole, delle quali non posso che esserle immensamente grato.

Da qualche mese mi è stato regalato da una persona a me cara il romanzo “L’uomo d’istinto” di un giovane scrittore (non so se esserle riconoscente più per il termine “scrittore” o per l’attributo “giovane” – nda), Salvatore Scarciglia, esordiente nel firmamento della letteratura italiana e, dopo averlo letto con interesse, spero che un giorno possa diventare un astro sfavillante nel panorama letterario.

Credo che ogni libro abbia un carattere educativo e lasci in ciascuno di noi un arricchimento interiore, nutrendo la mente e acculturandoci. I libri sono, parafrasando lo scrittore, “delle scatole magiche in cui un folle alchimista riesce ad imprigionare il proprio caos sotto forma di note, melodie e musica”. Ogni lettore, aprendole, “ne ascolta il contenuto, si emoziona e poi le richiude” avendo però arricchito il proprio spirito e la propria anima.

Lo stile, a mio avviso, è pulito, sobrio, armonico; il linguaggio articolato, complesso ma anche scorrevole e le diverse similitudini e metafore ne alleggeriscono la lettura, differenziandolo dal classico testo “mattone” e rendendolo molto interessante, a volte divertente.
Il dramma e l’angoscia espressa dall’opera in questione è determinata dallo smarrimento dell’uomo di fronte ad un mondo in sfacelo, quello appunto del XX secolo.

“L’ Uomo d’istinto” è un testo originale e spassoso perché non stancherà il lettore anzi lo coinvolgerà, catturandone da subito l’attenzione. La frase d’esordio “Siamo al mondo per il mondo” non potrà che sorprenderlo, lo incuriosirà perché, già dalle prime note, egli potrà assaporare dei concetti filosofici, teologici e psicologici che non si limitano solo all’esordio ma sono ricorrenti nei diversi dialoghi che lo scrittore fa enunciare ai pochi e fortunati protagonisti, eccelsi uomini di cultura, letterati, critici d’arte, attori del campo dell’editoria, uomini di chiesa e di giustizia, tutti accorsi con fervore a degli incontri settimanali, in un clima estivo ed afoso, nel salotto di un noto letterato: Richard Gerstein.
E sì, tutta l’opera ruota attorno a questo enigmatico personaggio, Richard, che per un caso del destino incontra Paolo Moretti, voce narrante nonchè protagonista del romanzo.

Paolo è un semplice impiegato aziendale, è un collega attento, premuroso, è un diligente ascoltatore e consigliere, è razionale e, per una strana coincidenza apparentemente inspiegabile, si trova a frequentare quella serie ristretta di illustri personaggi citati in precedenza, senza però avere “la benché minima conoscenza” delle questioni discusse e scevro da ogni preconcetto. Egli è un uomo intelligente, rappresenta per Richard “una connessione con l’esterno… una persona estranea al contesto degli incontri che però non faccia perdere a questi l’obiettivo primario delle discussioni che vi si svolgono, principalmente sull’arte, indipendentemente dalla natura ed estrazione sociale di chi ascolta”.
Paolo è una persona “sincera e vera” che agisce istintivamente: sia quando delucida i suoi ospiti sulle conoscenze letterarie della famiglia Gerstein che quando chiede l’autografo a Richard che ricambia con un asettico scritto in “imbarazzante stampatello scolastico” per non rivelare niente della sua personalità ambigua ed enigmatica.
Sull’altra faccia della medaglia vi è Richard, un uomo molto intelligente ma anche molto frustrato perché, pur essendo nipote e figlio di menti illustri, ha capito di non riuscire a “stendere su carta neanche la lista della spesa”, e questo lo rende cinico e spietato. Si avvale, per i suoi scopi, di una affascinante collaboratrice che lo aiuterà a superare, in modo disumano, questo suo limite e a primeggiare nella società come tutti speravano, a partire dal suo editore.
“Con un po’ di buona volontà e la necessaria concentrazione ogni uomo è in grado di affrontare le proprie difficoltà e pianificare una serie di operazioni, più o meno strutturate che lo possano aiutare a superarle”. Non però a tutti i costi e a discapito di altri. Bisognerebbe avere la forza, la capacità e il coraggio di imporsi ai preconcetti diffusi e avere la razionalità e l’obiettività di poter cambiare, essere liberi di scegliere e “gridare la nostra gioia di esistere e di essere noi stessi”.
La conclusione “a sorpresa”, a mio parere, lascerà i prossimi lettori, spero tanti, sbigottiti, ve lo garantisco. Per questo suggerisco la lettura di questo romanzo, che, nonostante le piccole imperfezioni giustificate dal fatto che è un opera auto-pubblicata (quindi priva di un editing professionale – nda), lascerà l’impronta nella letteratura italiana di questo giovane esordiente nato il giorno del pi-greco.

Sono stato recensito

L’amico Fabio Renna (www.simand.it) ha letto e recensito la mia opera prima. Fabio è una persona che conosco da molto tempo e di cui ho grande stima. Può essere che la sua recensione sia stata in parte condizionata dall’amicizia che ci lega, ma sono convinto che la sua obiettività vada oltre il nostro rapporto di conoscenza e che se avesse reputato il mio libro mediocre o pessimo me l’avrebbe detto sicuramente (magari prima di recensirlo!).

Comunque sono abbastanza emozionato nel riportare qui di seguito alcune parti della recensione di Fabio che mi hanno colpito. Alla fine troverete anche il link diretto all’intero articolo.

Scrive Fabio:

L’interesse per la lettura di questo romanzo si rivela sin dal titolo, che gioca sul doppio possibile significato a seconda della presenza o meno dell’apostrofo, e viene rimarcato con i primi passi dell’opera “Siamo al mondo per il mondo”.

e poi ancora:

La trama di per sé è molto semplice, e ruota tutta intorno al protagonista, all’illustre letterato ed alla sua assitente, e a pochi altri personaggi e non costituisce quindi il vero filo conduttore della storia. L’atmosfera è quella estiva di una tipica città del nord Italia fatta di incontri fugaci e di rapporti piuttosto formali.

Sono invece i pensieri e le parole del protagonista che colpiscono più di ogni altra cosa e ci spingono ad andare avanti nella lettura del romanzo, in un misto di ironia, sarcarsmo e perché no, anche un po’ di sano cinismo. La sensazione che abbiamo del protagonista è quella di una persona che parla poco, ma ha dentro di se tanto da dire: impossibile rimanere impassibili di fronte alla netta contraddizione esistente tra i modi ed i pensieri del protagonista: se da un lato i primi sembrano essere pacati e sereni, i secondi rappresentano una serie di crude quotidiane verità che la maggior parte di noi fa fatica ad ammettere.

per finire con:

…ma è forse questo il fine ultimo dell’uomo d’istinto, e cioè quello di “rivelarsi” a poco a poco e probabilmente non del tutto, attraverso la scrittura.

Che dire! Grazie Fabio.

Come promesso ecco il link: http://www.simand.it/pagine/view_post.aspx?post=266

Riflessioni in treno

Da “L’uomo d’istinto”:

Seduto uno di fronte all’altro, due viaggiatori devono essere per forza uno mezzo vuoto e l’altro mezzo pieno. In quei momenti io mi sentivo mezzo perso: all’avvicinarsi della meta una strana sensazione di disagio stava prendendo possesso del mio stomaco. Quel misto di nuovo e ignoto che accompagnava il mio viaggio si faceva sempre più pesante e pressante. Perché avevo accettato quell’invito? Chi ero io per poter entrare in un mondo che non mi apparteneva? Ne avevo le capacità? Ma soprattutto: volevo realmente che tutto ciò accadesse nella mia vita? Troppo tardi a quel punto.

Questi ultimi pensieri ed altri simili scorrevano impassibili di fronte ai miei occhi parallelamente ad un cartello blu con una scritta bianca indicante il nome di una località, la stessa stampata sul biglietto di viaggio che tenevo in tasca e che, tra le righe, nessuno era passato a controllare.

Il treno si stava fermando e una cordialissima voce femminile lievemente alterata da altoparlanti forse guasti annunciava l’imminente ripartenza del treno per luoghi più lontani. Era arrivata l’ora di scendere, finalmente e purtroppo.

La psicologia spicciola cui mi riferivo prima adesso direbbe che il bello di una partenza sta nel viaggio e non nell’arrivo a destinazione; balle! Avete mai provato a trascorrere quattordici ore in piedi sballottati a destra e a sinistra per raggiungere la vostra amata in riva al delizioso mare d’agosto? Pensate sia meglio condividere un metro quadro di spazio con una mezza dozzina di sconosciuti o riabbracciare l’oggetto del vostro desiderio? Il bello di una partenza sta nel viaggio solo se non si possiede una destinazione ben precisa.

Si chiama libertà.