Didascalia

Arriverà un istante in cui tutto sarà immobile, e avrà il volto del silenzio, l’odore del mare e il calore di un brivido. Sarà un battito di palpebra, il ticchettio di un secondo che muore e l’istante in cui il successivo rinasce. Infinitesimale e fugace.

istante

Foto di Luca S.

Di carne e di nulla – David Foster Wallace

dicarneedinullaHo letto diverse opinioni su questa raccolta di saggi di David Foster Wallace, e devo dire che nessuna di queste mi ha mai convinto più di tanto. Ci si è sempre soffermati sul volume in quanto tale e non sul suo contenuto più intimo.

Mi spiego meglio: tra chi pensa si tratti di una mossa di marketing ben congegnata al fine di recuperare denaro sfruttando il nome di un autore che purtroppo non potrà produrre più nulla e chi invece avrebbe idolatrato anche la lista della spesa purchè fosse stata scritta da DFW, io penso ci si debba piuttosto soffermare sul contenuto di questi 13 pezzi estrapolati dalla produzione del compianto Wallace e considerare quello che da essi vien fuori del loro autore.
Potrei parlare della straordinarietà con cui egli sia stato in grado, nella sua vita, di affrontare argomenti spesso opposti e contraddittori, passando da Wittgenstein a Terminator 2, dalla matematica alla poesia, dal divertimento dello scrivere alla stroncatura impietosa di opere altrui, dal prendersi in giro all’esaltarsi per un film di fantascienza, dallo scrivere dell’amore e dell’AIDS nella stessa pagina.

Ma quello che mi preme più sottolineare è che i momenti forse più toccanti dell’intero volume sono rappresentati dalle tre interviste che chiudono il saggio e che ci presentano un ragazzo che, tra le tante difficoltà dello scrivere, del lavorare, del farsi apprezzare, deve fare i conti quotidianamente con il proprio genio. Ogni domanda che gli viene posta sembra sottintenderne un’altra molto più diretta e crudele: da dove deriva tutto il tuo talento? E ogni risposta nasconde lo straniamento di un uomo che non è in grado di rispondere in maniera diretta a questo quesito e così brancola tra filosofia, matematica, passioni, risate improvvise e lacrime trattenute.

Un libro da leggere se si apprezza DFW in tutta la sua drammaticità e che non farà che aumentare il rimpianto di non averlo più tra noi.

C’è un sole (racconto)

C’è un sole che sorge ogni giorno nel giardino di una vecchia casa abbandonata. S’alza lento e pigro all’orizzonte schiarendo il cielo notturno con la sua luce invadente. Illumina puntuale la piccola abitazione che, sola nel silenzio della notte, l’attende con impazienza. Ne avvolge con calma la staccionata esterna proiettando ombre nel giardino, ombre nere e spigolose che stese sul viale d’ingresso arrivano, nei primi istanti dell’alba, sino al porticato principale ove si trova l’uscio serrato a chiave e le finestre impenetrabili. Si solleva svogliato a est come chi si fosse appena destato, stacca la sua vibrante rotondità dalle montagne lontane e in silenzio incede verso il cielo.

Succede ogni giorno allo stesso modo, oramai da molti anni. Durante l’estate scalda dolcemente le mura esterne con i raggi intensi e si insinua senza chiedere permesso tra le imposte consumate di quella dimora non più abitata. In autunno, nascosto da nuvole cariche di livore e pioggia, spia senza vergonga la piccola abitazione che si inzuppa d’acqua e lacrime. Al calar del freddo è una presenza pressoché inutile visto che non riesce nemmeno a sciogliere lo strato di ghiaccio che imbianca le tegole del tetto fatiscente. In primavera, quando la neve inizia a sciogliersi, i rivoli d’acqua che lenti scendono verso terra guardano nella sua direzione con riconoscenza e cordialità.

Il giardino abbandonato preserva, una stagione dopo l’altra, la vita naturale e selvaggia della propria vegetazione. L’erba sotto il gazebo è cresciuta a tal punto da nascondere per intero le gambe del vecchio tavolino di legno e le sedie, che un tempo lo circondavano gaudiose e festanti, sono scomparse rovesciate a terra, vittime del freddo e del vento, dell’acqua che le ha divorate e di quello stesso sole che ne ha deformato la fisionamoia sino a renderle irriconoscibili.

 Non più accudito da amorevoli mani, l’albero di mele è morto già da tempo, ma il suo scheletro secco e senza foglie resiste indomito alle intemperie e si erge, memore dei tempi andati, al centro del giardino come la statua di un prode cavaliere oramai sconfitto. Nel silenzio di una lenta, impercettibile trasformazione la ruggine divora con disinvoltura le catene dell’altalena che cigola in fondo all’orto, là dove le aiuole verdi e rigogliose un tempo formavano un angolo riparato e seducente.

Ma c’è un punto di quel giardino che non riceve alcuna carezza da parte del sole, dove l’erba non cresce più e la terra sembra non riuscire a liberarsi del freddo accumulato negli anni. Un punto riparato dagli sguardi dei pochi passanti, un pezzo di terreno sul quale una bambina, assai giovane e incantata, ha conosciuto un giorno una versione distorta di quello che gli adulti chiamano amore. Il melo rigoglioso e fiero fu testimone della sua educazione, così come l’altalena complice premio del suo silenzio. Ricevette troppo amore e dell’amore fu vittima inconsapevole, innocente.

Si fidava delle eccessive attenzioni che riceveva perché provenivano da un’essenza buona, seppure adulta, che lei chiamava papà. Era convinta non ci fosse nulla di male in quello che le veniva domandato perchè le richieste giungevano da una persona che l’accudiva e la nutriva, e che lei chiamava mamma. Le avevano fatto credere che fosse tutto normale, pura e semplice dimostrazione di un naturale amore. Eppure nel suo piccolo regno la principessa non si sentiva affatto felice.

Non disse mai nulla. Il suo mondo era quel giardino un tempo ricco di rose e tulipani profumati nel quale regnava dall’alto della sua altalena, un trono fuggente che la faceva sentire libera, pura, pulita. Aveva paura del buio, ma non come i suoi coetanei. Temeva le ore serali perché per lei significava dover tornare in casa. Così si nascondeva in quell’angolo isolato, dietro al tavolino, ad attendere con il cuore palpitante il richiamo che ogni giorno, ogni sera, significava sempre la stessa cosa. La principessa abbandonava il suo reame e salutava i suoi amici fiori.

Non disse mai nulla. Tenne tutto dentro. La cosa più importante per lei era tornare a giocare in giardino, nel suo parco dei divertimenti, dove finalmente poteva restare sola.

Non disse mai nulla. Neanche quando il gelo della notte iniziò a stringerle i piccoli piedini scalzi.

Non pianse, non si arrese. Strinse la sua bambola e si addormentò.

La trovarono stesa proprio in quel punto dove l’erba, forse per pudore o per rispetto, non riesce più a crescere.

 altalena

Il re pallido – David Foster Wallace

David Foster Wallace - Il re pallido“Il re pallido” è l’ultima opera di David Foster Wallace, un romanzo lasciato incompiuto e ricomposto solo dopo la morte del suo autore che procede lento e delirante verso il nulla, che non ha un punto di partenza nè un arrivo formale e delineato, ma si distingue in una serie di istantanee a colori sfocati sullo sfondo della vita dei suoi personaggi. La colonna sonora delle storie che in esso vengono narrate è la noia nella sua più alta identificazione, il tedio legato alla routine del lavorare presso un ente governativo americano come l’Agenzia delle entrate statunitense, esperienza che lo stesso Wallace ha provato in prima persona per un lungo anno e da cui ha tratto le rappresentazioni grottesche di personaggi al limite tra la follia, l’autolesionismo e l’impossibilità di reagire alla caduta sotto la scure di un destino inafferrabile e crudele.
E’ un libro difficile come tra l’altro lo è stato “La scopa del sistema” già recensito nel mio blog, ma affascinante e a tratti allucinante.
Letteratura isterica allo stato puro, senza filtri né regole, ma con un urlo disperato che accompagna la lettura dall’inizio alla fine.

I miei sogni, i loro sogni

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Quando guardo i miei figli, rivedo me da piccolo. Le mie paure, le mie speranze, la mia voglia di divorare il mondo. E’ difficile fare il genitore, perchè si va contro quello che si è stato prima di crescere. Sognavo, a dieci anni, di avere i super poteri, di sconfiggere i cattivi ed essere ammirato e stimato da tutti.
Rivedo me stesso nei loro occhi, nelle loro parole.
Ora ho capito che se riuscirò a fare in modo che i miei figli diventino delle persone migliori del sottoscritto, avrò raggiunto il mio obiettivo di padre.

Tre scene per un dramma

Personaggi:

Vassilij Vasilievich Voronin : patriarca della famiglia Voronin
Anna Voronina : moglie di Vassilij Vasilievich
Ninecka : figlia dei coniugi Voronin
Aleksej Paskov : giovane innamorato di Ninecka ma non ricambiato
Nadija : domestica di casa Voronin
Ivan Muskin : giovane di cui Ninecka è innamorata

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SCENA PRIMA
I coniugi Voronin, Vassilij Vassilievich e Anna Voronina, stanno sorseggiando il te seduti sulle loro poltrone di velluto verde. La figlia è intenta a ricamare un fazzolettino di seta con le proprie iniziali.

Vassilij : questa mattina ho ricevuto una missiva dal conte di Sprotolievski, afferma che l’inverno rigido ha minato seriamente le coltivazioni di patate
Anna : interessante!
Vassilij : ho paura che per i prossimi mesi dovremo fare a meno del purè
Anna : che disdetta!
Vassilij (rivolto alla moglie) : Anna, a volte penso che quando vi parlo non mi ascoltiate

Anna lo guarda con sufficienza mentre sorseggia il te.

Vassilij (rivolto alla figlia) : Ninecka, ho notato che ultimamente ricevete una fitta corrispondenza dalla provincia, posso chiedervi di cosa si tratta?
Ninecka (rossa in viso) : padre, devo confessarvi una cosa che potrebbe turbare la vostra serenità ma che mi auguro la vostra saggezza possa perdonare

Vassilij e Anna si voltano entrambi verso la figlia.

Ninecka : è da molti mesi che sono in contatto con un giovane ragazzo di nome Ivan. Ci scriviamo ogni settimana e…
Vassilij: e?
Ninecka : …e ci siamo innamorati perdutamente.

Vassilij e Anna si guardano negli occhi attoniti

Ninecka : Vi prego, non giudicatemi male. Potrà sembrarvi strano ma sento che io e Ivan siamo fatti l’uno per l’altra: tutto quello che ci scriviamo, le nostre parole, vanno sempre nello stessa direzione. Ci siamo conosciuti e siamo divenuti subito due anime gemelle, crediamo entrambi nel vero amore, e anche se non ci siamo mai incontrati…
Anna (interrompendo la figlia): come dite? Non vi siete mai visti? E come fate a drivi innamorati l’uno dell’altra?
Ninecka : in verità madre, due settimane or sono Ivan mi ha inviato una sua fotografia e io non ho potuto fare altro che ricambiare questo suo gesto.
Anna : avete spedito una vostra immagine ad uno sconosciuto?
Ninecka : non proprio…
Vassilij (intromettendosi con tono alterato) : figla mia, se intendete dire che non siete due sconosciuti lasciate perdere fin d’ora…
Ninecka (interrompendo a sua volta il padre) : no, padre, non mi riferivo a quello. Intendevo dire che non gli ho inviato una mia fotografia.
Anna : e di chi è l’immagine che avete inviato, allora?
Ninecka (volgendo lo sguardo verso il basso): di Nadija.
Vassilij: la nostra domestica?
Ninecka : sì.
Anna : e perchè mai avete fatto una cosa del genere?
Ninecka : perchè Nadija è una splendida giovane e io avevo paura che Ivan, vedendomi, avrebbe perso ogni interesse per me.
Anna : ma, cara Ninecka, prima o poi il vostro giovane spasimante scoprirà la verità.
Ninecka : infatti, questo è il problema. Nell’ultima lettera, giunta proprio ieri, Ivan mi ha scritto che questa mattina verrà a trovarmi per conoscere me e voi tutti.

Vassilij e Anna sgranano gli occhi increduli ma non fanno in tempo a dire nulla che squilla il campanello dell’ingresso.Cade il gelo nella stanza.
Ninecka si alza di scatto e imbocca di corsa il lungo corridio che porta all’ingresso. I genitori ancora perplessi la vedono rientrare col viso scuro seguita da Aleksej Paskov, il giovane che da sempre brama la sua mano.

Aleksej (inchinandosi) : buongiorno.
Anna : buongiorno a voi, Aleksej.
Aleksej : adorabile Voronina, vi porto i saluti di mia madre. Mi ha raccomandato di ricordarvi l’appuntamento di questa sera al circolo del bridge.
Vassilij : non penso che mia moglie potrà rispettare l’impegno preso con vostra madre, Aleksej.
Aleksej : o buon Dio, è avvenuto qualcosa di grave?
Anna: vede Alekseij…

Anna viene interrotta dal campanello all’ingresso che suona nuovamente. Ninecka fa per alzarsi ma viene bruscamente fermata dal padre che, in tono deciso, chiama a gran voce la domestica.

Vassilij : Nadija!

Arriva la domestica.

Nadija : avete chiamato Vassilij Vassilievich?
Vassilij : andate a ricevere l’ospite alla porta.

Nadija scompare nel corridoio. Aleksej si fa più vicino a Ninecka che cerca di allontanarlo. Anna si fa il segno della croce e Vassilij si alza portandosi alla finestra e voltando le spalle a tutti i presenti.

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SCENA SECONDA
Nadija si porta all’ingresso e apre la porta. Si trova di fronte un giovane, Ivan Muskin, assai brutto e viscido che appena la vede si inginocchia ai suoi piedi e le prende la mano cominciando a baciarla.

Ivan : mia amata, mio fiore. Qual sollievo rivedervi così bella e splendente. Da quando ho scoperto la beltà del vostro viso, oltre ai dolci sentimenti del cuore, la vostra immagine mi tortura giorno e notte. Non riesco più a vivere senza di voi.
Nadija (cercando di ritirare la mano) : ma chi siete? Io non vi conosco.
Ivan (rialzandosi turbato) : ah è vero! Avevo dimenticato che non potete riconoscermi.
Nadija : e come potrei?
Ivan : mia regina, devo confessarvi il mio più grande peccato. L’immagine che vi inviai due settimane fa non era mia, si tratta della fotografia di un mio caro amico che rubai e vi inviai per la paura di deludervi col mio aspetto reale.

Nadija lo guarda incredula e poi si mette a ridere sonoramente. Ivan resta perplesso e un po’ si vergogna.

Nadija : volete dire che anche voi avete inviato la fotografia di qualcun altro alla vostra amata?
Ivan: ebbene sì, lo confesso, vi ho mentito!
Nadija : ma voi non avete tradito me, scellerato!
Ivan: cosa intendete dire?
Nadija : non sono io la ragazza che attende il vostro amore, non sono io Ninecka Voronina

Ivan fa un passo indietro.

Ivan : ma io ho visto il vostro volto…
Nadija: povero imbecille! Quella sciocca di Ninecka vi ha inviato una mia immagine per paura di mostrarsi personalmente.

Nadija continua a ridere.

Ivan : ma io oramai sono innamorato di voi. Siete bellissima! Concedetemi la possibilità di mostrarvi il mio cuore.

Nadija lo guardo furbescamente, soppesa mentalmente la situazione e poi, con un sorriso complice sulle labbra, ammicca Ivan illudendolo con lo sguardo.

Nadija (sussurrando): seguitemi senza parlare. Quando ve lo comanderò dovrete chiudere gli occhi e, ad un mio cenno, farete due passi in avanti. Voglio mostrarvi il mio mondo e farvi partecipe dei miei segreti, di modo che sappiate di chi vi siete innamorato.
Ivan (fremente): d’accordo.
Nadija : promettete di tenere gli occhi chiusi?
Ivan: lo giuro sull’amore che provo per voi.
Nadija : e allora, entrate.

Nadija apre la porta della grande sala dove i coniugi Voronin, Ninecka e Aleksejij li stanno aspettando da ormai cinque minuti.

Nadija (con tono alto e irridente) : Ivan Muskin, signori!

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SCENA ULTIMA
Vassilij Vasilievich si volta e guarda il nuovo arrivato. Anna poggia la tazza sul tavolino rimanendo però seduta al proprio posto. Ninecka si alza velocemente e va incontro al nuovo arrivato. Nadija si fa da parte lasciando Ivan al centro dell’attenzione. Alekseij segue Ninecka incuriosito.

Ninecka : E voi chi siete?

Ivan si volta verso Nadija che, in disparte, ride senza ritegno.

Ivan (sorpreso) : io sono Ivan Muskin, sigonrina. E sono un impostore, ma penso di non essere l’unico in questa stanza.

Ninecka lo guarda e capisce tutto.

Ninecka : quindi anche voi…
Anna : Mia cara Ninecka, temo che quest’uomo vi abbia ingannato
Aleksej (adirato): cosa odono le mie orecchie! Voi avete osato ingannare questa fanciulla!
Ninecka : Alekseij, per favore tacete!
Ivan : già, fate il piacere di tecere.
Alekseij : come vi permettete? Vi sfido a duello in codesto istante!
Nadija (uralndo) : no! Vi prego Alekseij! Non lo fate! Quest’uomo potrebbe uccidervi e io… io senza di voi non potrei vivere… perchè vi amo follemente!
Anna : Nadija!

Le due donne guardano la domestica che, tenendo la mano di Alekseij, ha gli occhi bagnati dalle lacrime.

Vassilij : Nadija! Anche voi traditrice! Mi avevate giurato eterno amore e ora cosa sento in questa casa, amate un altro?
Ninecka : padre!
Anna : Vassilij!
Nadija: Vasa!
Anna : Vasa?! E da quando in qua vi fate chiamare Vasa dalla vostra domestica!
Nadija (con un sorriso di sfida): dalla sua amante!
Alekseij: ma Nadija, e io?
Ninecka: e io cosa, Alekseij? Ma voi non amate me?
Alekseij : ma voi siete un cesso!

Cala il silenzio nella casa. Tutti guardano Alekseij che all’improvviso tira fuori una pistola e si uccide. Nadija, disperata per l’accaduto, corre verso Vassilij Vassilievich e, evitandolo, si getta dalla finestra. Ivan la segue cercando di fermarla ma quando la vede morta distesa tira fuori un coletello e si trafigge il cuore. Anna si siede lentamente e riprende la tazza ancora calda. Vassilij Vassilievich le si avvicina e le poggia una mano sulla spalla. Insieme osservano la figlia in lacrime.

Vassilij : ve l’ho detto che l’inverno rigido ha compromesso le piantagioni di patate?
Anna : certo, purtroppo dovremo fare a meno del purè.

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FINE

Siberia

Una frenata improvvisa

Giocare con le parole.

L’ibrido libro del birillo libero,
strano s’apre a capre nostrane
e nel bel ciel che splende e geme
s’alza d’un balzo nel mese di marzo.

Brevi rilievi dai veri lavori
coprono crepe di creta torchiata,
e i vini vicini in lidi piccini
strambano lembi di un rombo lontano.

Tuooono di luuuuuce, suoooono remooooto
di leeeenti cocchieeeeeri, di oooggi e di ieeeeri.

asfalto

Sua santità la neve

Oggi nevica. Ha nevicato così tanto durante la notte che ho deciso di restare a casa per evitare di trascorrere ore e ore nel traffico della provincia milanese a maledire il momento in cui avessi optato per recarmi in ufficio. La neve è ipnotica, trasmette tranquillità. Sarà quel bianco candore che sparge sui tetti delle case accompagnato dall’inevitabile silenzio che porta con sè, oppure il lento e spensierato volo dei fiocchi che, uno dietro l’altro, sembrano inseguirsi in un gioco eterno. Arrivano giù, a terra, si abbracciano e sorridono, aspetttando di essere raccolti dalle mani di un bambino che con loro vuole giocare e divertirsi.
Divertimento e anche un po’ tristezza. In piedi dietro al vetro della finestra, osservo questo spettacolo muto. E inevitabilmente penso al Papa. Già, proprio lui, sua Santità Benedetto XVI. L’uomo che nella giornata di ieri ha sconvolto un po’ tutto il mondo annunciando l’intenzione di ritirarsi e abbandonare il ruolo che, per chi intraprende la carriera ecclesiastica, penso sia il punto più alto cui aspirare. Me lo immagino seduto anche lui dietro la finestra della sua piccola stanza, in Vaticano, intento a osservare la neve che cade. Stanco e affaticato. Dietro la porta chiusa si sentiranno voci, passi veloci che corrono avanti e indietro, parole smorzate per non farsi udire e squilli di telefoni.
“Non ho più le forze”, questa la frase che ricorre più spesso sui giornali. L’uomo che più di tutti rappresenta Dio in terra non ha più le forze. Sarebbe bello potergli chiedere a quali forze si riferisce, ma forse è più giusto che il silenzio della neve lo circondi per un attimo lasciandolo solo con i propri pensieri. Il bianco del suo abito si confonde all’orizzonte e lentamente scompare alla vista. Un sogno desitnato a sciogliersi nei prossimi giorni.
Nonostante tutto, anche lui è un uomo.

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Nel sonno

Tremendi strepitii stridono tra i denti tante volte quante sono quelle volte che già li ho sentiti strepitare. Resto stremato dal suono sottostante che stenta a strappare dalla mia mente gli strali di giorni tristi e stralunati. Stropiccio gli occhi e tanto li strabuzzo nel sentire, stranamente, che il suono astrale proviene invece dal cencio che Cetto, cincischiando, ha lasciato sgocciolare sul lastrico ristretto dell’ingresso fitto di arance marce. C’è troppo di te in tutto questo e, costretto a masticare ceci salati, non posso che stornare il progetto di scriverti un sonetto. Ecco, Cetto, ricominci a cincischiare sul tetto, ti sento dal salotto e di ciò mi tormento. Tremendo che non sei altro, se non altro all’imbrunire ti rigetto in gabinetto. Straccio di sudore, mi appiccico sul letto ed ansimo nell’atto di raggiungere il cassetto. Stentoreo pigio il tappetto che strozzando il suo ritorno infonde di luce tutto il soggiorno. Son sveglio.

cielo