La dodicesima carta – Jeffrey Deaver

jdNew York. Harlem. Una sedicenne di colore si trova, alle 8 del mattino, in biblioteca alla ricerca di informazioni su un suo antenato quando si accorge che un uomo le si sta avvicinando con fare sospetto. Lei ne intuisce le cattive intenzioni e con la scusa di andare a prendere un bicchiere d’acqua sistema sulla sedia un manichino cui ha fatto indossare il suo maglioncino ed il cappello (un manichino in biblioteca?), mentre il probabile stupratore si avvicina al manichino la ragazza riesce a fuggire.
Un uomo, un ex poliziotto, paralizzato dalla testa ai piedi vive nella sua casa in città con la sua compagna, un tenente della polizia che prima di entrare in polizia faceva la modella (la modella?), da dove si occupa dei casi più difficili da risolvere e che la polizia non riesce a portare a termine (ho un deja-vu cinematografico, ma magari mi sbaglio).
Quando l’infallibile coppia viene a sapere del tentativo di stupro ai danni della sedicenne (avvenuto in un quartiere difficile dove i ragazzi vanno a scuola armati, almeno così ci informa l’autore) abbandonano tutto quello che li teneva occupati e al grido di “Là fuori c’è uno stupratore!” fanno proprio il caso.
Dialogo tra la tenente ex modella e la solita recluta imbranata sulla scena del crimine mentre si avvicinano ad un individuo con pistola:
“E se lui tira fuori la pistola?” – chiede la recluta
“Allora tu tiri fuori la tua”
“E se comincia a sparare?”
“Non lo farà”
“Ma se lo fa?”
“Allora spari anche tu”
Può bastare? Per me sì considerando che siamo solo a pagina 40 delle quasi cinquecento che compongono questo romanzo. Sicuramente più in là la storia si farà avvolgente e intrigante, ma in tutta sincerità non ho nè il tempo nè la voglia di scommettere su questa evenienza rischiando di imbattermi in altre banalità e situazioni scontate.
La mia lista nera degli autori da evitare si arricchisce di un nuovo nome.

PS:”Ho iniziato a leggere questo romanzo perché mi è stato regalato (insieme ad altri volumi) da una persona che non lo avrebbe letto per mancanza di tempo. Per fortuna non ci ho speso un euro!

Passi – Jerzy Kosinsky

passiNon ero pronto per Jerzy Kosinski e forse questo è il motivo per cui non sono riuscito a staccare gli occhi da questo gioiello di narrativa prima di averne terminato l’intera lettura. Un libro fatto di tantissimi piccoli racconti che si susseguono apparentemente senza nessun legame tra loro se non il delirio che li contraddistingue.

Kosinski usa una prosa elegante, in prima persona, i suoi personaggi non hanno mai un nome proprio ma sono sempre il ragazzo, la ragazza, la donna, lo straniero, così da lasciare inalterato quel freddo legame che di solito ci lega agli sconosciuti. La prosa dicevo è lineare, morbida, avvolgente e mai scontata, accarezza il lettore con parole suadenti e descrizioni al limite dell’essenziale, lo culla con termini dolci, lo assorbe nella narrazione e lo accompagna verso l’ignoto, e quando è certo che il lettore abbia abbassato le difese lo colpisce improvviso con un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato, senza parole e stordito per la crudezza con cui il colpo è arrivato.

Un volume da leggere e rileggere, ma non illudetevi perchè l’inquietudine che ne ricaverete sarà sempre la stessa.

Devo ammettere che Hugh Kenner in quarta di copertina ha centrato il bersaglio quando ha detto che dietro questo capolavoro si celano Céline e Kafka. A mio avviso soprattuto il primo del quale ritrovo gli stessi passaggi assurdi e sconvolgenti del “Viaggio al termine della notte”, un altro capolavoro assoluto da cui non si può prescindere.

Sunset Limited – Cormac McCarthy

sunsetlimimtedScrivere di “Sunset Limited” non è facile. Se fosse uscito negli anni 70 adesso lo elogerei come il punto di riferimento per molti altri romanzi e/o sceneggiature scritte negli ultimi decenni, ma essendo un libro del 2006 sono rimasto abbastanza perplesso dopo aver concluso le 115 pagine che lo compongono.

Diciamo subito che si tratta di un dialogo tra due persone e si svolge completamente in un piccolo appartamento di un quartiere nero di New York. Da una parte c’è un uomo bianco, colto ed istruito, sicuramente un uomo di successo nella grande mela, che si è stancato della propria vita svuotata di valori e principi e che tenta il suicidio gettandosi sotto le ruote della metropolitana, il Sunset Limited del titolo per l’appunto. Dall’altra un uomo di colore che ha un passato da assassino e una dura pena scontata nelle prigioni federali e che ha trovato in Dio e nella fede la via di svolta della propria vita. L’intero dialogo si svolge a casa di quest’ultimo dopo che lo stesso ha salvato la vita al primo trattenendolo dal gesto inconsulto che stava per compiere.

Così la trama prosegue tra la depressione cronica dell’uomo bianco e la volontà di redenzione dell’uomo nero che in ogni modo cerca di far rinsavire il suo ospite estemporaneo. Ci riuscirà? Lascio a voi la curiosità di leggere come va a finire la storia. Io personalmente l’ho trovata un po’ troppo stereotipata e scontata, pregna di un “già visto” che dà un po’ fastidio sin dall’inizio.

Di carne e di nulla – David Foster Wallace

dicarneedinullaHo letto diverse opinioni su questa raccolta di saggi di David Foster Wallace, e devo dire che nessuna di queste mi ha mai convinto più di tanto. Ci si è sempre soffermati sul volume in quanto tale e non sul suo contenuto più intimo.

Mi spiego meglio: tra chi pensa si tratti di una mossa di marketing ben congegnata al fine di recuperare denaro sfruttando il nome di un autore che purtroppo non potrà produrre più nulla e chi invece avrebbe idolatrato anche la lista della spesa purchè fosse stata scritta da DFW, io penso ci si debba piuttosto soffermare sul contenuto di questi 13 pezzi estrapolati dalla produzione del compianto Wallace e considerare quello che da essi vien fuori del loro autore.
Potrei parlare della straordinarietà con cui egli sia stato in grado, nella sua vita, di affrontare argomenti spesso opposti e contraddittori, passando da Wittgenstein a Terminator 2, dalla matematica alla poesia, dal divertimento dello scrivere alla stroncatura impietosa di opere altrui, dal prendersi in giro all’esaltarsi per un film di fantascienza, dallo scrivere dell’amore e dell’AIDS nella stessa pagina.

Ma quello che mi preme più sottolineare è che i momenti forse più toccanti dell’intero volume sono rappresentati dalle tre interviste che chiudono il saggio e che ci presentano un ragazzo che, tra le tante difficoltà dello scrivere, del lavorare, del farsi apprezzare, deve fare i conti quotidianamente con il proprio genio. Ogni domanda che gli viene posta sembra sottintenderne un’altra molto più diretta e crudele: da dove deriva tutto il tuo talento? E ogni risposta nasconde lo straniamento di un uomo che non è in grado di rispondere in maniera diretta a questo quesito e così brancola tra filosofia, matematica, passioni, risate improvvise e lacrime trattenute.

Un libro da leggere se si apprezza DFW in tutta la sua drammaticità e che non farà che aumentare il rimpianto di non averlo più tra noi.

Storia delle terre e dei luoghi leggendari – Umberto Eco

ecoIl 2014 non poteva cominciare in modo migliore.
Storia delle terre e dei luoghi leggendari” edito da Bompiani è un libro curato, ricco di illustrazioni e scritto nell’unico modo in cui Umberto Eco riesce a scrivere: con intelligenza, sagacia, un tocco di cinismo e quel poco che basta per catturare l’attenzione di chi legge dalla prima all’ultima pagina, e questo nonostante si tratti di un saggio che affronta temi non sempre legati tra loro ma che si accomunano nell’avere uno sfondo leggendario affascinante.

Si passa così da Atlantide ad Agartha, dalle terre di Ulisse alle meraviglie dell’Oriente, dai luoghi del Sacro Graal agli Antipodi, dall’Isola di Salomone alle terre e i popoli del sottosuolo, dal paese della Cuccagna al paradiso terrestre, per terminare con i classici luoghi romanzeschi come Camelot, l’isola di Lilliput, i luoghi di Narnia, di Harry Potter e perché no di Pinocchio.
Splendide opere accompagnano le pagine di questo prezioso volume che alla fine di ogni capitolo presenta estratti dai testi che vengono citati di volta in volta a testimonianza delle tesi presentate. Per chi ama e apprezza Umberto Eco è un gioiello da avere e conservare con cura, una piccola enciclopedia delle leggende che in un modo o nell’altro prima o poi torneremo a consultare come punto di riferimento storico, letterario e fantastico.

Sempre più in alto…

Che dire? Se non fosse che conosco Fabio e ho avuto il piacere e l’onore di ottenerne una recensione anche per il mio primo romanzo. Il suo sito è un punto di riferimento per gli appassionati di montagna ma non solo, è anche un luogo ove è possibile godere di meravigliose fotografie dalle vette delle alpi ai fondali del mediterraneo, un’escursione di emozioni che lascia senza fiato, così come la sua recensione che qui riporto:

 

“Le verità altrui” è il titolo del secondo romanzo dell’amico Salvatore Scarciglia ed è edito da 0111 Edizioni.
In questa seconda prova, Salvatore esplora il genere del noir, accompagnandoci in una vicenda davvero originale che si basa su un tema che da sempre ha interessato studiosi, filosofi, scrittori, poeti e cantanti: la verità. Come per il primo romanzo, il racconto (inteso come la vicenda narrata) ed i fatti che pagina dopo pagina vengono alla luce, sono evidentemente un pretesto.
Quello che Salvatore intende “iniettare” nel lettore è una domanda semplice, cristallina, ma dalla risposta assai complicata se non addirittura impossibile.
Che cosa è la verità?
Per tutti gli esseri umani la verità è solo una parte del vero; ciascuno di noi ha la sua di verità e di fatto risulta impossibile definirne una ed una sola che sia valida in senso assoluto.
Più precisamente, possiamo affermare che si tratta della soggettiva interpretazione dell’accaduto; infatti, nella verità percepita da ognuno di noi, è sempre presente quella libera ed incontrollabile percezione della realtà che la inquina di relativismo ed individualità.
Già nella Bibbia, quando Ponzio Pilato incontrò Gesù e gli pose la domanda Quid est veritas?, egli non attese la risposta e Gesù stesso rimase in silenzio.
Due comportamenti diversi, ma accomunati da un’unica, disarmante consapevolezza: la verità non appartiene agli uomini. Da un lato abbiamo Pilato che giudica superfluo attendere la risposta, in quanto molto probabilmente considera il riscontro di Gesù semplicemente inventato o immaginario; dall’altro abbiamo Gesù, il quale sa molto bene che non è possibile rispondere alla domanda, essendo la verità immensa ed indefinibile a tal punto da non poterla tradurre in linguaggio.
Per l’uomo, protagonista drammatico e misterioso del romanzo di Salvatore Scarciglia, le cose non stanno esattamente così.
Un intero paese viene mobilitato a seguito del delitto della figlia del sindaco: la polizia è impegnata a far luce sulla vicenda alla ricerca del colpevole. Tutti sembrano ostinati nella ricerca della verità, tutti tranne l’uomo, che la verità la conosce alla perfezione grazie ad un dono ottenuto a causa di un terribile evento verificatosi nel suo passato.
Nella realtà dei fatti, questa incredibile capacità si rivela solo all’apparenza un dono: l’uomo è infatti vittima di atroci sofferenze che ogni sera è costretto a subire proprio a causa di questa sua abilità.
Pagina dopo pagina il lettore viene portato verso la tesi che la verità richieda un prezzo molto alto da pagare e che l’uomo (inteso probabilmente come il genere umano) non sia dunque in grado di sopportarla.
Un libro che scivola via velocemente e gradevolmente, in grado di prendere il lettore sin dalle prime pagine e condurlo fino alla fine attraverso uno stile molto personale del quale si nota immediatamente l’innalzamento di livello rispetto al primo libro “L’uomo d’istinto”.
Visita il sito di Salvatore Scarciglia per maggiori informazioni.

Un grazie sincero a Fabio per le belle parole e soprattuto per il tempo che mi ha dedicato.

Grignetta

Recensire con passione

Questa volta non ho molto da dire, se non che in queste poche righe ho ritrovato tutta la passione che ci ho messo nello scrivere il romanzo. Una recensione, quella di QLibri, che mi riempie di orgoglio. Per chi volesse il testo completo è a questo indirizzo.

Un uomo che conosce le risposte a tutte le domande, tranne forse quella più importante, è al centro di questo giallo: una figura oscura, con gli occhi tristi, sola. Ed il fatto di conoscere tutta la verità, che potrebbe essere un dono, vista la sua storia personale, è per lui più un fardello che non una risorsa. Il giallo si apre con un interrogatorio con domande dirette, una sfida vera e propria, fatta di parole non dette e di domande non fatte, da cui già si comprende quanto quest’autore sa scrivere bene. Proseguendo nella lettura scopriamo cosa è successo prima di quell’interrogatorio, cosa porta a quel momento, cosa succede dopo, e cosa è successo molto molto tempo prima. Buona ed originale la struttura della storia, altalentante ed accalappiante. Si percepisce inoltre il dolore vero alla base di questa vita, perchè dagli occhi puoi capire quanto una persona ha sofferto nella vita. E la sofferenza rende docili e saggi.

 

Cosa dire se non Grazie di cuore!

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Una nuova recensione, attenta e critica

Tempo di doni questo che ci porta al Natale e come tanti piccoli regalini stanno arrivando le recensioni al mio romanzo “Le verità altrui” uscito oramai nel lontano Luglio 2013. Dopo una recensione negativa  ma poco costruttiva, almeno questo il mio parere, ed una positiva  mi avvio  a commentare anche la terza giuntami questa volta da MondoScrittura  un sito che offre agli autori esordienti la possibilità di essere recrensiti in un tempo che reputo straordinariamente breve.
Come per le precedenti due mi piacerebbe soffermarmi sui punti che compongono la recensione e darne una mia visione, per chi volesse la recensione completa si trova al seguente indirizzo.
Cominciamo:

Leggendo “Le verità altrui” salta immediatamente all’occhio il forte squilibrio tra sequenze riflessive e sequenze attive, tra azione e descrizione; già dall’incipit, che si dilunga inutilmente sulle condizioni meteorologiche, è difatti possibile avere un’idea del tipo di narrazione che ci si troverà davanti. Un’esposizione lenta e articolata, a discapito di un intreccio tutto sommato lineare e piuttosto ben elaborato, nonostante la tematica non sia tra le più originali e nonostante le pecche che analizzerò più avanti.

Mi piace. Mi piace l’approccio alla lettura e il modo in cui vengono esposte le critiche. L’analisi è corretta, come ho potuto sottolineare più volte in precedenza il romanzo va lento e senza scossoni per scelta del suo autore (che sarei io) e non vuole creare né pathos né tensione in chi legge. Ancora una volta mi pento del fatto che il romanzo sia stato inserito nella collana “Thriller” dalla casa editrice.

Dal punto di vista stilistico, la scelta di anteporre il climax allo sviluppo vero e proprio, che potrebbe risultare un azzardo se gestita male, appare invece ben congegnata: da apprezzare la capacità dell’autore di instillare il dubbio, costruendo un personaggio tormentato e misterioso attorno cui ruotano le vicende. Quello che non funziona è lo stile vero e proprio: farraginoso e statico, inutilmente annacquato da sequenze che non aggiungono nulla alla funzionalità della storia e che anziché fluidificare, appesantiscono la lettura.

Lettura attenta e approfondita del modo in cui ho voluto raccontare le vicende del romanzo, una scelta che può non piacere ma che corrisponde alla mia volontà di descrivere gli eventi.

L’opera potrebbe dividersi in due macrosezioni: la prima, fino all’omicidio, incentrata prettamente sul tormento del protagonista e sul suo dono, esplicitato soltanto durante la confessione con padre Fajtor. Questa prima parte appare indubbiamente la più lenta e la più introspettiva. La seconda parte invece ruota principalmente attorno all’omicidio della figlia del sindaco e alle indagini che ne seguono, in una girandola di testimonianze e interrogatori volti a ricostruire la verità su quella morte. C’è da evidenziare che nonostante la prima parte sia propedeutica alla seconda, le due macroaree appaiono troppo scollate: molto diverse sia nella retorica sia nelle intenzioni. Punto dolente lo scioglimento: nonostante non ci si trovi di fronte a un giallo canonico, la totale assenza di spiegazioni al fatto principale che regge tutta la seconda parte del romanzo, è assai penalizzante.

Le due parti (anche se nelle mie intenzioni sarebbero dovute essere una sola) sono differenziate dal contesto che vanno a rappresentare, come giustamente il recensore fa notare. Da una parte il buio interiore del protagonista che ha perso la luce in seguito a vicende personali, dall’altra la luce di una cittadina che lentamente si spegne inesorabile di fronte agli eventi tragici che vi si consumano.

Su tutta l’opera aleggia il concetto di “verità”, assoluta e relativa, che viene trattato in maniera poco narrativa e molto filosofica, fattore che contribuisce a rallentare l’esposizione e ad aumentare l’insofferenza del lettore.

Non so se trattare un argomento come la verità in modo più filosofico che narrativo sia un pregio o un difetto, ma è il mio modo di farlo.

In conclusione, “Le verità altrui” si presenta con una buona base di partenza, che però avrebbe dovuto essere elaborata meglio sia dal punto di vista stilistico sia da quello strutturale.

Va bene così. Sono soddisfatto della recensione che svela una lettura attenta e dettagliata.

filo

…e una recensione positiva!

Qualche giorno dopo l’arrivo della prima, fredda recensione del mio romanzo “Le verità altrui” che potete leggere qui  mi è giunta la notifica di avvenuta recensione da parte di un’altra comunità di lettori cui avevo inviato il mio romanzo in lettura. Si tratta di Scrittori Sommersi e la recensione completa si puù leggere al seguente indirizzo .
Anche questa volta mi piacerebbe commentare la recensione nelle sue parti più importanti di modo da accompagnare il parere del recensore con il mio. Quindi si comincia.

Non fermatevi all’incipit con cui si apre Le verità altrui, andate oltre, proseguite la lettura e non rimarrete delusi perché il secondo libro di Salvatore Scarciglia ha il pregio di stillare dubbi e domande nel lettore.

L’inizio è decisamente su un altro tono rispetto alla precedente recensione.

Quesiti che non riguardano solamente la trama, visto che ci troviamo di fronte a un omicidio che scuote una piccola e tranquilla comunità, ma che vanno oltre ponendo importanti interrogativi sul concetto di verità: che cos’è? Perché la nascondiamo? Esiste una verità assoluta?

Quest’ultimo paragrafo mi consola e mi ripaga degli sforzi fatti per porre l’accento sul concetto di verità tralasciando in secondo piano la trama e i personaggi coinvolti.

Attraverso l’utilizzo di uno stile semplice e lineare Scarciglia ci racconta una vicenda apparentemente ordinaria, quasi banale. Una vicenda che purtroppo possiamo ritrovare pressoché tutti giorni tra le pagine di cronaca nera: una ragazza è stata uccisa, accoltellata e lasciata morire in un  campo alla periferia di un abitato.

Come sopra.

Sin dalle prime pagine riusciamo a intuire cos’è successo, Scarciglia infatti fa partire la sua narrazione a fatti avvenuti; c’è già un sospetto: il protagonista, un uomo strano e solitario che è messo sotto torchio dalla polizia. L’autore non ha nessun interesse a tener nascosta la realtà dei fatti, non è il colpo di scena finale che cerca, anche se negli ultimi capitoli c’è una sorpresa che sorprende il lettore. Quello che interessa a Scarciglia è indagare la difficoltà che tutti noi abbiamo nel riuscire a dire sempre la verità e sfrutta un paradosso. Il personaggio principale della vicenda ha un dono straordinario: conosce la verità delle cose, quella assoluta, sa sempre come sono andati i fatti, non ha i filtri di coscienza e di prospettiva che ogni essere umano applica nella vita quotidiana. Il protagonista non ha scelta, è condannato a sapere ma è in grado di mentire. Il prezzo da pagare per la menzogna però è alto e passa attraverso notti insonni fatte di atroci sofferenze fisiche.

Un’analisi completa e approfondita della vicenda, che evidenzia una lettura attenta e ragionata.

Lo sfalsamento della sequenza temporale nella narrazione permette a Scarciglia di mantenere viva l’attenzione nella lettura arrivando fino a un finale inaspettato, spiazzante, che regala al lettore l’antefatto chiarificatore di alcuni punti bui della vicenda umana del protagonista, l’uomo schivo ma cortese che conosce tutte le risposte.

Non avrei saputo descriverlo meglio!

Le verità altrui è un libro godibile e coinvolgente grazie alla trama e alla curiosità che l’autore riesce a far nascere nel lettore. Scritto in un discreto italiano ha il merito di non presentare strafalcioni lapalissiani. Qualche ingenuità e qualche piccola incongruenza non rovinano il risultato finale. A nostro avviso l’aspetto descrittivo è ancora da perfezionare e rendere più fluido, l’utilizzo eccedente di aggettivi e similitudini appesantisce alcuni passaggi. Apprezzabile è la qualità dei dialoghi che, seppur affinabili, risultano in buona misura credibili, naturali.

Questo punto è l’unico in comune con la precedente recensione, ovvero la mancanza evidente di un approfondito lavoro di editing, ne prendo atto e cercherò in qualche modo di porre rimedio per i futuri romanzi.

Come si diceva all’inizio Le verità altrui fa nascere diversi interrogativi, domande come: perché l’anonimo protagonista sa chi ha ucciso la figlia del sindaco? Perché conosce il passato, il presente e il futuro? Io non ve lo svelerò, sta a voi leggere il libro!

Bello, vero?

ok

Una recensione negativa…

Sottoporre un’opera alla recensione di qualcuno che non si conosce significa da una parte mettere in discussione il proprio lavoro correndo il rischio di ottenere un riscontro negativo e dall’altro ostentare una sicurezza tale da rischiare di sembrare sfacciati nel pretendere che una persona dedichi del tempo per valutare un’idea, un’intuizione o anche solo una semplice storia che è sgorgata dalla nostra fantasia. Ma penso che alla fine il gioco (la possibilità di essere stroncati o di sembrare presuntuosi) valga la candela (far leggere la propria storia). Per questo motivo qualche settimana fa ho inviato il mio secondo romanzo “Le verità altrui” ad alcuni siti che dichiaravano un’aperta disponibilità a recensire opere anche di autori esordienti e alle prima armi come il sottoscritto.
Una di queste comunità è Annessi e Connessi  a cui ho fatto pervenire copia cartacea del libro e che sono stati i primi a rispondermi con quella che posso definire “una vera recensione”, anche se negativa. Sono convinto che anche le stroncature servano a crescere e in questo caso vorrei provare a commentare gli aspetti principali della recensione per cercare di darne una mia interpretazione.
L’articolo originale si puà leggere al seguente indirizzo dove è anche possibile commentare la recensione stessa.

Inizia così:

Un omicidio efferato in un paesuccio lontano dal mare, un’indagine frettolosa, un uomo solitario con un dono che è la sua condanna: conoscere la verità assoluta e non poterla nascondere.
Questa in breve la trama del romanzo di Salvatore Scarciglia, Le verità altrui. Alla lettura di questa opera risulta evidente l’inesperienza dell’autore nella scrittura di una storia dalle potenzialità di ampio respiro, comprimendola senza valorizzarla.

L’inizio non è dei più promettenti, a cominciare dal “paesuccio” e dall’indagine “frettolosa” per passare poi alla mia “evidente inesperienza“, il mio intento però era quello di far passare in secondo piano la storia vera e propria, anzi l’intreccio appena raccontato serve a far venire a galla il fulcro dell’intera vicenda ovvero la gestione della verità da parte dei personaggi, ma non mi scoraggio e continuo a leggere,

La trama infatti preannuncia senza dubbio delle interessanti implicazioni, che potevano essere effettivamente ben espresse attraverso un taglio giallo/poliziesco come quello esemplificato nel libro.

Ma il mio libro non voleva essere né un giallo né tantomeno un poliziesco. Comunque le implicazioni interessanti ci sono.

Peccato che tristi scelte stilistiche abbiano reso inefficace il tentativo privando di qualunque mordente la storia: l’utilizzo del raccontato rispetto al mostrato allontana di anni luce il lettore dal cuore della vicenda; il focalizzarsi su dettagli insignificati (due pagine e mezza per un incipit equivalente all’ “era una notte buia e tempestosa”) a discapito di passaggi importanti funzionali alla trama e all’immedesimazione che invece vengono raccontati in una manciata di parole; un’infelice costruzione della storia, anticipando alle primissime pagine il momento che dovrebbe costituirne un climax, facendo trovare quindi un buco nella sequenza narrativa; la percezione continua di clichè e stereotipo, mai espressa in accenti eclatanti ma rivelata da alcuni dettagli, che rende la lettura poco appagante.

Un po’ duro e accademico come commento, ma ci sta. Ammetto di non essere capace di scrivere delle trame che lasciano col fiato sospeso fino all’ultima pagina e che fanno immedesimare il lettore nel protagonista, ma forse non è questo lo scopo che mi sono dato scrivendo il mio secondo romanzo. Sono convinto che aver lasciato alla casa editrice la possibilità di inserirlo nel genere “Thriller” sia stata una mia leggerzza legata, questa volta sì, all’inesperienza. Non è un thriller e non vuole esserlo.

Insomma, un romanzo decisamente acerbo, che dovrebbe costituire un punto di partenza per una profonda rielaborazione sia stilistica che strutturale, magari supportata da un editor, per rendere giustizia ad un concept che nonostante tutto è abbastanza originale e che, se ben sfruttato, fornirebbe ottimi spunti narrativi e di approfondimento.

Penso che la critica più importante e rilevante, e che faccio mia appieno, sia quella contenuta in questo ultimo stralcio e che riguarda la mancanza di un grosso lavoro di editing pre-pubblicazione, operazione questa che la piccola casa editrice che ha voluto investire su di me pubblicandomi e che non finirò mai di ringraziare non ha potuto sostenere  come forse fanno le case editrici più grandi.

Alla fine leggere questa recensione mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca anche se non ha smorzato per niente la mia voglia di scrivere storie e scriverle così come vengono plasmate nella mia testa. Un ultimo pensiero: mi sono chiesto se anche io nella mia esperienza di lettore non mi fossi mai trovato nella condizione di dare un giudizio così negativo su un libro che ho letto e la risposta inevitabilmente è stata affermativa. Ho cercato di capire quando può essere successo e mi sono reso conto che tutte le volte che ho criticato un romanzo, anche di autori molto famosi, è accaduto nel momento in cui sono stato in qualche modo costretto a leggere un’opera senza che la mia naturale curiosità di lettore mi avesse spinto verso quel determinato autore. Allora ho pensato che deve essere davvero difficile fare il “recensore”, perchè spesso ti capita di perdere delle ore del tuo prezioso tempo su storie o generi che non sono affini alle tue preferenze in qualità di lettore.

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