Era il 2003.
Quell’anno l’estate esplose all’improvviso, c’erano pezzi di turisti ovunque. Trascinavo con fatica le mie infradito lungo una piccola strada secondaria, lastricata di recente con ciottoli del quattrocento, che dalla piazza centrale del paese portava alla spiaggia, tutto rigorosamente in salita. Risiedevo nell’unica località balneare al di sotto del livello del mare. Arrancavo con passo incerto nel disperato tentativo di raggiungere la mia ombra, proiettata qualche metro più avanti da un sole impietoso. Alle undici del mattino, quando erano già passate ben due ore dalle nove dello stesso giorno, mi imbattei in un ambulante che vendeva orologi in ritardo. Dopo venti minuti di trattative, esausto, ne acquistai uno alla esorbitante cifra di otto euro. Ero spossato dalla trattativa continua avvenuta sotto un sole cocente e dalla calura estiva, ma mi rinfrancai quando, gettando un’occhiata furtiva al polso, mi accorsi che erano solo le dieci e trenta.
Ero in anticipo di ben quindici minuti sull’orario dell’appuntamento.